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VISIONI EMERGENTI 3

12 marzo 2026 ore 18.00 – 20.30

dal 12 al 21 marzo 2026

A cura di  Marina Bindella e Beatrice Peria

dal lunedì al venerdì ore 17.00 – 19.30  (per appuntamento 3339652149  – chiuso sabato e festivi)

 

Il titolo della mostra, Pianissimo, rispecchia il tempo lungo che caratterizza il lavoro e la poetica di Giulia Barone: la lenta elaborazione e realizzazione dei progetti; la scelta della fotografia analogica e di tecniche e processi di stampa fotografica tradizionali; le sperimentazioni di procedimenti antichi, nella calibrata e sapiente ricerca di un risultato in cui le immagini possano avere il tempo di emergere lentamente e di trovare la giusta definizione. La ricerca poetica e quella tecnica coincidono in questa volontà di indagare e approfondire le cose, i ritmi del mondo, ma anche le tradizioni e i racconti che le circondano e le avvolgono in un’unica trama.

Più che di singole foto, dobbiamo infatti parlare di complessi e articolati progetti che si sedimentano e si rivelano nelle immagini, mettendo in luce un’indagine meticolosa della materia e delle sue trasformazioni, in cui l’osservazione della natura spesso si ammanta di risonanze antropologiche, perché il tempo è una sostanza stratificata che contiene in sé anche le tracce di tutti i tempi passati, la memoria dei luoghi e delle persone che li hanno abitati.

 

Biografia

Giulia Barone si esprime attraverso la tecnica fotografica analogica argentica e ferrica e le installazioni. Diplomata alla triennale all’Accademia di Belle Arti di Roma in Decorazione, ha poi conseguito il diploma di secondo livello in Grafica e Fotografia con lode nel 2021 nella stessa sede. Contemporaneamente nel 2018 ha studiato, attraverso il progetto Erasmus+, presso la Faculdade de Belas-Artes de Lisboa, in Portogallo. Dal 2022 è stata tecnico di laboratorio per la scuola di Fotografia e Camera Oscura e, ad oggi, è anche cultrice del Corso di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.

Oggi vive e lavora a Roma nel suo studio/camera oscura.

 

Si rinnova per il terzo anno consecutivo la collaborazione tra la storica galleria romana, A.O.C. F58, da sempre attiva nello scoprire e promuovere artisti emergenti e nuove voci dello scenario contemporaneo, e l’Accademia di Belle Arti di Roma, luogo di eccellenza nella formazione artistica italiana e vivaio di giovani talenti.

 Il primo appuntamento della rassegna 2025/2026 è Pianissimo, mostra personale di Giulia Barone, giovane fotografa, diplomata al Biennio di Fotografia e Grafica all’Accademia di Belle Arti di Roma.

La mostra sarà aperta dal 12 al 21 marzo. La mostra è accompagnata da una brochure con testi di Marina Bindella, Beatrice Peria e Andrea Attardi, realizzata con il contributo dell’Accademia di Belle Arti di Roma. Le mostre sono parte del Progetto di Produzione artistica della Scuola di Grafica d’arte.

Il secondo appuntamento, dal 23 marzo al 2 aprile, ospiterà la mostra S-Confini, personale di Silvia Spoti, già diplomata al Triennio della Scuola di Decorazione, e adesso diplomanda sempre presso il Biennio di Decorazione dell’Accademia di Belle Arti di Roma.

 

 

 

 

 

 

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dal 9 febbraio al 28 febbraio 2026

A cura di          Antonio Giordano

 

De Rebus Naturae prende forma nel cuore dell’Antropocene, nel momento di frattura in cui l’equilibrio tra uomo e ambiente si incrina lasciando emergere una nuova geografia del mondo. La mostra non cerca colpevoli, non formula diagnosi: si propone come uno strumento concettuale che, attraverso le opere esposte, registra tensioni, mutamenti e metamorfosi di una trasformazione ancora in atto. È uno sguardo rivolto a ciò che sta cambiando e a ciò che, forse, è già mutato senza possibilità di ritorno.In questo tempo sospeso, la natura abbandona il ruolo di sfondo e si rivela come corpo, memoria, superficie sensibile. Le opere si configurano come eco materiali di un presente frammentato: reperti immaginari che conservano tracce di un mondo ferito dall’intervento umano, ma anche manifestazioni della forza autonoma della materia, capace di deformarsi, rigenerarsi e riaffiorare in forme inattese. Ogni lavoro agisce come una lente sul “dopo”: il momento immediatamente successivo al danno, il punto in cui l’impatto umano si ritrae e lascia emergere ciò che sopravvive, ciò che resiste, ciò che continua a trasformarsi.

L’Antropocene, con le sue accelerazioni e derive, porta con sé un’eredità complessa: materiali ibridi, ecosistemi alterati, infrastrutture disseminate nella terra, nelle acque e nell’aria. In questo scenario non vi è catastrofismo né nostalgia, ma la consapevolezza di trovarsi in un territorio nuovo, dove i confini tra naturale e artificiale si sfumano fino a generare forme di esistenza inedite. È in questo contesto che sculture e arazzi acquisiscono senso.

Le sculture Arsa Mater, Muta Mater e Mutans Mater si presentano come totem arcaici, presenze monumentali dai volumi essenziali che evocano l’archetipo della Grande Madre. Raccolgono un senso di origine e di forza primordiale, trattenendo il respiro di tempi remoti e rendendo visibile la tensione tra vita, trasformazione e permanenza.

L’arazzo Vulnera Mater – la Madre delle ferite – è un grande cerchio tessuto da corde intrecciate che incidono la superficie come una trama di cicatrici. La topografia irregolare che ne emerge evoca una mappa simbolica del mondo contemporaneo: tracciati umani sovrapposti che ridisegnano e consumano la pelle della Terra. L’opera diventa così un archivio della memoria, una pelle che trattiene ciò che è stato plasmato, sfruttato, segnato. Il secondo arazzo, Consumpta Mater, è realizzato come un patchwork di sacchi di juta provenienti da diverse aree del mondo, ricuciti con corde-sutura che attraversano la superficie. Le irregolarità delle trame raccontano economie distanti, filiere globali, pressioni produttive e industriali impresse nel tessuto come cicatrici di un sistema che consuma senza tregua. In Grembo Matris rappresenta infine un corpo simbolico, modellato come una guepière, che accoglie nel proprio ventre frammenti eterogenei: plastiche deformate, legni levigati dall’acqua, detriti naturali e scarti industriali. Da questa fusione inattesa nasce un organismo ibrido, una materia che sembra inaugurare un nuovo linguaggio, un sistema che muta annunciando un cambiamento profondo.

In De Rebus Naturae la forma non descrive, ma rivela. Mostra ciò che la Terra trattiene, ciò che sopravvive, ciò che muta. È la visione di un’artista che affida alla materia il compito di testimoniare e insieme reinventare il passaggio dell’umanità: una materia che si compone e si decompone, generando possibilità inedite di esistenza. Una metamorfosi continua, inquieta e silenziosa, che rivela il lavoro instancabile della sostanza del mondo: un processo ininterrotto di rigenerazione e perdita attraverso cui la