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dal 9 febbraio al 28 febbraio 2026

A cura di          Antonio Giordano

 

De Rebus Naturae prende forma nel cuore dell’Antropocene, nel momento di frattura in cui l’equilibrio tra uomo e ambiente si incrina lasciando emergere una nuova geografia del mondo. La mostra non cerca colpevoli, non formula diagnosi: si propone come uno strumento concettuale che, attraverso le opere esposte, registra tensioni, mutamenti e metamorfosi di una trasformazione ancora in atto. È uno sguardo rivolto a ciò che sta cambiando e a ciò che, forse, è già mutato senza possibilità di ritorno.In questo tempo sospeso, la natura abbandona il ruolo di sfondo e si rivela come corpo, memoria, superficie sensibile. Le opere si configurano come eco materiali di un presente frammentato: reperti immaginari che conservano tracce di un mondo ferito dall’intervento umano, ma anche manifestazioni della forza autonoma della materia, capace di deformarsi, rigenerarsi e riaffiorare in forme inattese. Ogni lavoro agisce come una lente sul “dopo”: il momento immediatamente successivo al danno, il punto in cui l’impatto umano si ritrae e lascia emergere ciò che sopravvive, ciò che resiste, ciò che continua a trasformarsi.

L’Antropocene, con le sue accelerazioni e derive, porta con sé un’eredità complessa: materiali ibridi, ecosistemi alterati, infrastrutture disseminate nella terra, nelle acque e nell’aria. In questo scenario non vi è catastrofismo né nostalgia, ma la consapevolezza di trovarsi in un territorio nuovo, dove i confini tra naturale e artificiale si sfumano fino a generare forme di esistenza inedite. È in questo contesto che sculture e arazzi acquisiscono senso.

Le sculture Arsa Mater, Muta Mater e Mutans Mater si presentano come totem arcaici, presenze monumentali dai volumi essenziali che evocano l’archetipo della Grande Madre. Raccolgono un senso di origine e di forza primordiale, trattenendo il respiro di tempi remoti e rendendo visibile la tensione tra vita, trasformazione e permanenza.

L’arazzo Vulnera Mater – la Madre delle ferite – è un grande cerchio tessuto da corde intrecciate che incidono la superficie come una trama di cicatrici. La topografia irregolare che ne emerge evoca una mappa simbolica del mondo contemporaneo: tracciati umani sovrapposti che ridisegnano e consumano la pelle della Terra. L’opera diventa così un archivio della memoria, una pelle che trattiene ciò che è stato plasmato, sfruttato, segnato. Il secondo arazzo, Consumpta Mater, è realizzato come un patchwork di sacchi di juta provenienti da diverse aree del mondo, ricuciti con corde-sutura che attraversano la superficie. Le irregolarità delle trame raccontano economie distanti, filiere globali, pressioni produttive e industriali impresse nel tessuto come cicatrici di un sistema che consuma senza tregua. In Grembo Matris rappresenta infine un corpo simbolico, modellato come una guepière, che accoglie nel proprio ventre frammenti eterogenei: plastiche deformate, legni levigati dall’acqua, detriti naturali e scarti industriali. Da questa fusione inattesa nasce un organismo ibrido, una materia che sembra inaugurare un nuovo linguaggio, un sistema che muta annunciando un cambiamento profondo.

In De Rebus Naturae la forma non descrive, ma rivela. Mostra ciò che la Terra trattiene, ciò che sopravvive, ciò che muta. È la visione di un’artista che affida alla materia il compito di testimoniare e insieme reinventare il passaggio dell’umanità: una materia che si compone e si decompone, generando possibilità inedite di esistenza. Una metamorfosi continua, inquieta e silenziosa, che rivela il lavoro instancabile della sostanza del mondo: un processo ininterrotto di rigenerazione e perdita attraverso cui la

 

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dall’8 al 31 gennaio 2026

9 gennaio, ore 18,00, “artist’s talk”, l’artista presenta le sue opere

Sorprendentemente questa è la prima mostra in galleria dell’artista visivo Donald Fels a Roma, dopo una mostra personale al MAMbo di Bologna nel 1986 e un’altra all’American Academy nello stesso anno. Fels ha trascorso gli anni successivi ricercando e creando arte in tutto il mondo, esplorando una moltitudine di materiali naturali.

Americano, lui e la moglie architetto Patricia Tusa Fels vivono da decenni nel Pacifico nord-occidentale. Ha vissuto creato ed esposto le sue opere anche, in Asia, in Europa e in altre regioni degli Stati Uniti.

Il suo lavoro è stato sostenuto da commissioni, musei, fondazioni, residenze e borse di studio, tra cui tre Fulbright per Italia, India e Uzbekistan. Le sue opere sono presenti in collezioni di tutto il mondo.

Quando Fels arrivò per la prima volta in Italia, sessant’anni fa, rimase immediatamente affascinato dal colore e dalla consistenza dei muri in rovina e dalla bellezza dei manifesti sbiaditi  che vi erano  affissi.

Quella visione lo riportò a Roma nel 1978 per sei mesi.

 

Tornato negli Stati Uniti con fotografie di muri e una collezione di manifesti murali abbandonati, fondò See-Through, un gruppo che realizzava performance di diapositive e suoni lungo la costa occidentale con le immagini da lui fotografate e utilizzava le carte in una serie di collage/dipinti di grandi dimensioni.

Oltre a Roma e Bologna, ha completato progetti italiani a Favignana, Bagnoli e Trieste.

Ha collaborato con poeti, ingegneri, registi, archeologi, musicisti, geografi, drammaturghi, fisici, costruttori di lenti, architetti, altri artisti visivi e ricercatori in tutto il mondo.

Da 14 anni i Fels hanno una casa e uno studio in Puglia, dove trascorrono metà dell’anno.

Una volta che ha iniziato a mettere radici pugliesi, Fels si è reso conto rapidamente che quelle viscere avrebbero dovuto farsi strada attraverso la pietra calcarea.

Con l’intenzione di dipingere in Puglia, si rivolse all’intonaco di calce: calcare macinato. Imparò da autodidatta l’antica arte dell’affresco, utilizzando sempre calce con pigmenti integrati, che impiegava su legno di pioppo, come facevano gli artisti rinascimentali di 500 anni fa. La differenza più evidente è che l’opera di Fels non è figurativa.

Nei suoi dipinti e nelle sue opere su carta, Fels esplora il tempo e lo spazio in modo non lineare e non oggettivo. Vede la sua arte come un pensare e sognare a colori.

Fels ha conseguito una laurea triennale in Arte, Letteratura e Storia dell’Arte presso la Wesleyan University e una laurea magistrale presso la City University.

Ha inoltre studiato presso l’Università di Washington, il San Francisco Art Institute e il Pratt Institute.

Ha esposto a Vancouver, Seattle, Tacoma, Portland, San Francisco, Los Angeles, Chicago, Boston, New York, Michigan, New Orleans, Parigi, Prato, Bologna, Trieste, Cisternino, Tashkent, Penang, Kochi, Delhi, Mumbai e Phnom Penh.

Ha lavorato nel teatro, nel cinema, nella musica e nell’editoria

 

Nel 2024 le Edizioni Esperidi pubblicano la monografia unfolding, che si snoda attorno al lavoro di Fels in Puglia, dove l’artista lavora e trascorre con la famiglia la metà dell’anno.

Carmelo Cipriani, critico d’arte, scrive del lavoro di Fels: “La sua è l’antica tecnica dell’affresco applicata a supporti delle stesse dimensioni di una tela. Lacerti ragionati in cui la casualità, l’accadimento della storia – che in questo caso si identifica con il gesto dell’artista – interviene a definire la superficie pittorica su cui si combinano apposizioni e cadute, segni e graffi, in una stratificazione che è vitale ed esistenziale, oltre che cromatica.”