apr 192024
 

Dal 29 aprile al 17 maggio 2024

Mara van Wees: Un gioco razionalista

 

A cura di  Diletta Borromeo

E’ da un intreccio di vissuto che prendono forma le opere di Mara van Wees, le radici ben salde nelle sue origini e l’incontro con l’Italia. Nata nelle terre di De Stijl, vicine al razionalismo architettonico, considera suo maestro Victor Vasarely, ma in seguito conosce il Rinascimento, le colline del paesaggio toscano, così come il mediterraneo. Da un lato un certo rigore e dall’altro linee morbide, è questo un gioco di un razionalista.

Per un certo tempo van Wees dipinge, attratta dal colore delle composizioni geometriche con cui Vasarely conquista lo spazio. Come aveva fatto il suo maestro, porta l’arte fuori dai luoghi deputati, collaborando con il Teatro della Lanterna, un collettivo sperimentale di teatro in strada. Queste esperienze sono fondamentali per quanto  riguarda il passaggio alla dimensione spaziale e quella del paesaggio, trovato in Italia. Qui van Wees si dedica alla ceramica, intesa non come utensile artistico ma piuttosto di opere uniche, nella maggiore parte dei casi con un significato correlato ai luoghi e al paesaggio. E infatti già dopo i primi vasi di argilla refrattaria lo stesso materiale gradualmente diventa scultura, torre, superficie all’aperto, a volte amalgamata ad altro materiale; così è Tris (2024), una torre che rimanda al gioco di composizione con argilla, metallo e legno, volutamente grezza nel suo essere opera primitiva e arcaica, che fa da contrappunto a Open House (2021) – titolo da una canzone di Lou Reed e John Cale – una delicata scultura di argilla che ha diverse prospettive esterne e interne, una casa aperta che si può guardare come si vuole, immaginandosi dentro o fuori. Nell’allestimento in galleria, On the Road (2024), la maquette a dimensioni naturali in cartone trattato, elemento centrale è il cerchio, che viene riprodotto più volte partendo dalla tridimensionalità di un dima degli oblò, sempre pensando allo spazio e all’abitabilità, in un processo ideale di elementi proliferanti, come nella frase ripresa da Jack Kerouac: “You can go always further, further … you never finish.”

Foto di Mario Cozzi

 

 

Mara van Wees, spirito olandese nelle origini e nella formazione, studia all’Accademia Belli Arti di Rotterdam dove inizia il suo percorso artistico: alcune mostre e un collaborazione come scenografa nel Street Theater del Teatro de Lantaarn. Successivamente lavora come stilista / imprenditrice nel campo della moda e del design, prima a Firenze, poi a Roma. Negli anni novanta ritorna alla pittura (olio e acrilico), e alla scultura.

Ritrova nell’argilla il suo mezzo preferito, ma negli ultimi anni ha realizzato diverse opere e  istallazioni in materiali come legno, carta, pietra e corten. Ultimamente predilige le installazioni site-specific in dialettica con siti archeologici, architettonici, paesaggistici e sviluppa progetti di land art di grandi dimensioni, come L’acqua che non c’è, in piazza Albina a Roma. Partecipa a mostre istituzionali in varie musei, espone per diversi anni nel Parco Archeologico di Vulci e ultimamente nei giardini dell’Aventino a Roma, all’interno del progetto OpenBox.

Vince nel 2015 un bando Europeo del Mibact / Puglia per una residenza d’artista e nel 2018 realizza una scultura pubblica sul lungomare di Montalto di Castro.

Le sue installazioni permanenti si trovano al Furlo Land-Art, nel parco sculture Grancaro (Bolsena), nella tenuta di Monteti per Capalbio Arte, nel parco Terraarte (Blera) oltre che in varie musei e in collezioni e gallerie private.

Vive e lavora tra Roma e la Maremma.

 

Recenti esposizioni:

AB INITIO (2024) e CLAUSTROMANIA (2019) – Istituto Nazionale Studi Romani.

FROM THE OUTSIDE IN (2021) galleria Arte e Pensieri, Roma..

Nel 2019: LA CORTE APERTA –galleria 3/5 ArteContemporanea,

L’ARTE DI MISURARE LA TERRA- Galleria Canova 22, Rona.

ARIALUCE – Museonuovaera, Bari.

Nel 2018 ARTEPORTO – Porti di Traiano e Claudio, Fiumicino.

DOMESTICA – Case Romane del Celio, Roma.

DIMENSIONE FRAGILE – Biblioteca Vallicelliana , Roma.

Nel 2014 BACC (2014) – Biennale Arte Contemporanea Ceramica – Scuderie Aldobrandini, Frascati.

 

 

 

apr 082024
 

Inaugurazione: giovedì 11 aprile  ore 18,00 – 20,00

A cura di  Andrea Iezzi

Dall’11 al 17 aprile 2024

dal martedì al venerdì dalle ore 17.00 alle 19.30

    

 

 

I viaggi e la vita nella Londra punk degli anni ’80 ne hanno formato il carattere e il personaggio. Ha seguito i corsi dell’incisore Guido Strazza all’Accademia di Belle Arti di Roma. Le prime performances, sviluppate come happening intorno ad una figura dark, con azioni artistiche non preordinate, vedono la luce nel 1982: Bielli appare in locali alla moda, come la discoteca Much More ai Parioli. All’epoca si presenta con il nome di “Klaus” e viene fotografato da Mauro Baldrati in un servizio sulla rivista “Frigidaire” (n.34, settembre 1983), dal titolo Notti romane. Il giovane artista cerca la sua identità come un flâneur inquieto. Selezionato da Strazza, partecipa nel 1987 ad una collettiva di incisione a Biella: nasce il motivo del cerchio, ricorrente nella sua opera. Tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90, Bielli lavora alterando con interventi graffiti a spray le immagini patinate delle riviste glamour. Nel 2002 incontra il gallerista Enzo Mazzarella (Deliceto, Foggia 1957 – Roma, 2018) durante la mostra collettiva Droghe, che ha raccolto artisti contemporanei e nomi storici della Galleria Monserrato Arte ’900, aperta due anni prima da Mazzarella, conoscitore dell’Arte italiana del XX secolo, e ideatore di mostre ironiche e controcorrente.

Nella galleria di Mazzarella, l’artista tiene la prima personale nel 2005, dal titolo Sapone, suscitando l’interesse di critici e stampa. Pier Paolo Pancotto (su “L’Unità”, 4 ottobre 2005, “Quando il beauty business diventa arte”) scrive che l’artista romano “[rielabora] le tavole pubblicitarie di prodotti di bellezza. Su di esse Bielli è intervenuto col colore e vari elementi d’uso comune, comprese le puntine metalliche ed i coltelli, trasformando volti e corpi sensuali in maschere piene d’inquietudine”. E aggiunge: “[...] egli riflette sul valore dell’immagine e la celebrazione che di essa compiono quotidianamente i più diffusi mezzi di comunicazione. Al tempo stesso sottolinea il piacere sottile che si determina nell’abbandonarsi, anche solo per un momento, a questo universo fantastico fatto di emozioni superficiali”.

In questi anni inizia a usare i coltelli come elementi espressivi: un’altra maschera indossata dall’artista, che allora si fa chiamare “Pittore killer”: è l’anno in cui espone da Electronic Art Cafè a Roma (2007), a cura di Achille Bonito Oliva. Nel 2009 crea i primi personaggi-sagome per lo spettacolo teatrale La donna uomo di Vladimir Luxuria. E sarà proprio Luxuria a segnalarlo a Vittorio Sgarbi per il Padiglione Italia nella 54° Biennale di Venezia, dove presenta l’opera Ring: un semplice cerchio composto dall’intreccio di comuni coltelli da cucina di tipo caimano. Nel 2012 nella mostra Ring, a cura di Enzo Mazzarella nella Palazzetto Art Gallery di Roma appaiono per la prima volta i pugili, idea derivata da quel cerchio di coltelli per la Biennale. Nei pugili in lotta sul (o nel) ring, l’artista mette in scena questo suo ultimo travestimento. Nelle vesti del lottatore partecipa nel 2014 al progetto del MAAM, a cura di Giorgio de Finis: si ritrae come un pugile, il rosso sangue diventa una tinta di smalti rossi e rosa tracciata sul rivestimento in mattonelle dell’ex fabbrica occupata, e inscena una lotta con se stesso, replicando l’immagine a specchio. Quando finisce di dipingere, Bielli indossa mutande e guantoni, inscenando un’azione prendendo a pugni la sua stessa sagoma dipinta.

A qualche tempo prima risaliva la mia conoscenza personale con Enzo Mazzarella e con Paolo Bielli. Era il 4 marzo 2013; gallerista e artista danno vita ad una complessa azione teatrale, nell’occasione di una mostra dal titolo evocativo e ironico: Il gallerista fallito. Mazzarella non aveva remore nello sconvolgere i visitatori della galleria e nel giocare sui trionfi e le miserie del mondo dell’arte dal quale ha tratto linfa vitale fino al suo ultimo giorno, consumato troppo presto. Iniziavo a frequentare via di Monserrato, strada nella quale avrei aperto una galleria di lì a poco.

I collages con i pugili di Bielli iniziano nel 2017, sempre nel rapporto creativo con Enzo Mazzarella. Le immagini scelte dall’artista fanno parte di un repertorio di “anciens boxeurs”, fotografati tra la fine dell’800 e la metà del ’900. Sono immagini in qualche misura “archeologiche”: gli interventi con inserti di colori le trasformano in scene leziose, nelle quali il cerchio, tracciato sull’immagine, rimanda alle antiche lezioni di Strazza.

Nella galleria AOC F58, Bielli espone cinquanta opere, collage che assemblano antiche fotografie, incisioni, disegni e stoffa, con estrema libertà espressiva. Il camouflage di cui parlava Pancotto nel 2005 è diventato ancora più raffinato e accorto (come per la profondità suggerita nel titolo). L’artista capovolge il significato delle immagini vintage, accostando con leggerezza sagome e materiali; rende così la lotta tra gli uomini e il sangue un teatro di gesti e colori, sovvertendo e demistificando qualunque messaggio di violenza. In uno dei collages l’artista cita se stesso, con l’inserto di quell’opera Ring, da cui è nata l’evoluzione tematica successiva.

In occasione del vernissage, l’11 aprile, Bielli darà vita a una performance nel solco tracciato dal suo artista-personaggio con le opere. Egli collocherà sulla parete di fondo della galleria sette sagome (di cui era prima rivestito), che idealmente rappresentano i vari tipi etnici umani. Tali sagome appese verranno percosse sonoramente da tredici medaglie. Infine l’artista-puglie si sfilerà e getterà dalla testa la corona della vittoria. Bielli intende sovvertire l’affanno per il successo che caratterizza il nostro agire contemporaneo, invitando il visitatore alla pace e alla gentilezza, a essere pugili dai guanti di velluto.