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15 gennaio/ 2 febbraio 2017

Nel velarsi l’antico gesto di una donna (… e ogni storia viene sempre dopo)

A  cura di:

Grau.2:  in occasione della presentazione del libro in e-book: TUTTE SI MUOVONO LE FOGLIE NEL BOSCO

       

Come lavoro ho fatto l’architetta. La fotografia è stata una passione aggiunta che, piano piano, mi ha preso la mano. Di certo io sono convinta che l’immagine fotografica non testimoni la realtà, piuttosto la interpreti. La si usa spesso, fra gli architetti, come foto segnaletica di un’avvenuta costruzione. Ma ciò è del tutto subordinato dall’essere,l’immagine, un autonomo giudizio di merito. Ci tengo a dirlo subito. Questo è un punto fermo per me. I miei scatti sono altro dalla mia architettura.

Mi piace pensare che le mie foto, anziché raccontare una loro chiusa verità, possano essere percepite come un’impalcatura di domande che, poste nel bel mezzo del fare architettura, non ne chiudano il discorso, bensì lo riaprano: partecipando alla costruzione di un’idea, non santificando quello che è fatto (o sembra solo esserlo, vista l’incessante mutazione sia dell’idea che del segno).

E poi mi misuro, per la prima volta, con ritratti in posa in studio, donne comuni, amiche, che fanno e ripetono e ripetono ancora i gesti consueti del mettersi il velo.

Avevo cominciato questo lavoro attorno al velo e la donna oggi, cercando di indagare, come fotografa, il rapporto fra il volto di una qualsiasi donna e il pezzo di una qualsiasi stoffa che ne diviene il copricapo. Se possibile lontano da quel dibattito violento attorno al diritto al velo che, mi preme dirlo subito, non prevede per me oggi e nella maniera più assoluta, il divieto al velo.

Facevo affidamento a quello statuto di libertà che viene attribuito all’atto artistico ovunque la parola civiltà abbia la forza e la capacità di declinarsi. Lontano da parole spesso abusate, dove per libertà mi accontenterei di incrociare la liberazione (o la sospensione) da quanti più pregiudizi possibile. Attimo di reciproca fiducia per l’artista prima, per i fruitori poi (nell’infinita varietà di culture, sensibilità, private debolezze). Una specie di diritto di transito concesso anche a quella immagine, anche se costretta a testimoniare di contraddizioni e oscenità irrisolte.

Così facendo, e nel corso del lavoro, mi sono accorta che la mia attenzione veniva mano a mano catturata non tanto dall’oggetto, quanto dai gesti che conducono alla costruzione dell’oggetto. Parliamo di quei gesti che la donna compie nel preparare, avvolgere, sistemare il velo sulla propria testa, con le mani e le braccia che recitano una loro commedia di fronte a un volto che è tutto fuorché in posa (anche in un set fotografico).

Ogni donna, nell’attimo senza tempo durante il quale si vela, esprime con tutta evidenza ciò che sta per avvenire. O forse no. Comunque lei non è assente ed è sicuramente concentrata sulla propria femminilità.

Mi sono così ritrovata, partendo dall’ingarbugliata vicenda del diritto a velo, a dire a me stessa: guardate, siamo di fronte a un gesto così antico e così associato alla donna (ci sono anche uomini, bellissimi, con il turbante), che ogni storia, ogni sovrastruttura viene dopo. Il pregiudizio, nel caso, una stupidaggine in sé.

 

        

Questo libro segue, passo dopo passo e attraverso le sue opere, la storia di Patrizia Nicolosi, architetta e fotografa, fotografa e architetta.

Trattasi di un caso, non infrequente nella storia dell’arte, di un’artista che transita liberamente da una disciplina a un’altra senza la paura di mescolare i linguaggi, anzi nella ricerca costante e cocciuta di nuove dimensioni espressive derivate proprio da occasioni linguistiche fuori schema. Le sue parole, in proposito, sono chiare e significative: “Io sono convinta che l’immagine fotografica non testimoni la realtà, piuttosto la interpreti. La si usa spesso, fra gli architetti, come elaborato che, in certo senso, chiude un percorso progettuale. Ma ciò è del tutto subordinato dall’essere, essa immagine, un autonomo giudizio di merito. Ci tengo a dirlo. Questo è un punto fermo per me. I miei scatti sono altro dalla mia architettura”.

Il libro racconta anche delle contraddizioni di questo fare, le fatiche di due mestieri, il desiderio di artigianalità che spesso risolve molte asperità. Una testimonianza, per altro, estesa al lavoro di altri dentro e fuori lo studio, verso una dilatazione dell’immagine sempre alla ricerca di qualcosa che sia oltre l’edificio.

Lungo lo svolgersi dei tre tomi che costituiscono il libro Tutte si muovono le foglie del bosco, ho provato a scrivere in prima persona qualche considerazione nel merito della mia vita d’artista. Quel tanto che potesse inquadrare alcune contraddizioni nelle quali sono (fortunatamente) incappata. Mi riferisco alla dualità fra architettura e fotografia, allo stare in un gruppo di architetti così connotati come il Grau, allo scoppio finale (del tutto imprevisto) delle cosiddette foto dal divano e dal loro aprire altri fascinosi orizzonti. Ora io so che, in genere, i dépliant, sono fatti per mostrare il meglio delle opere in mostra, che però nel caso sono una marea inarrestabile di immagini. Così, alla fine, ritengo più utile soffermarmi invece su quel poco che ho scritto anche perché, nel vizio di teorizzare del Grau, anche io sento la necessità di segnare qualche piccolo punto che, visto il dilatarsi spesso estremo dei linguaggi, proprio male non fa. Anzi.