nov 082016
 

MAIOLICHE D’USO:  quando un architetto sperimenta la dimensione dell’artigiano

5 / 23 dicembre 2016

 

Gli oggetti esposti non sono e non vogliono essere sculture ceramiche, quella specifica produzione degli studi d’arte che si affaccia da tempo nelle gallerie e nei musei avendo rifiutato il vincolo una materia / una tradizione. Si tratta piuttosto di oggetti d’uso, nell’evidenza figurativa della maiolica italiana e nella dimensione fattuale di una bottega artigiana che smalta, dipinge e cuoce forme ormai archetipe, non rivisitate dal moderno design. Siamo nel solco di una tradizione fra le più antiche e identificative dell’intero mediterraneo, con una stranezza derivante dal fatto che un architetto, da solo, cambiando appena di stanza nel suo studio, si illude di essere chi non è.

Questo architetto non potrà mai essere un artigiano non solo per una diversa conoscenza della storia e una mano abituata a disegnare case, ma anche perché lui coltiva un sincero pregiudizio verso le tradizioni in genere. E ciò perché le tradizioni altro non sono che un insieme di regole (e di segni) chiamati a definire identità di comodo (un tempo per governare piccole collettività, ora come puro complemento agli antichi sapori). Un antico e glorioso tessuto connettivo, oggi consunto e strattonato di qua e di là.

Dunque nello scarto figurativo fra due mondi non conciliabili, nella nevrosi di voler sperimentare proprio, solo e dentro questo angusto spazio anomalo, sta la principale fonte di ispirazione. Cui si aggiunge la lunga frequentazione e una vera infatuazione per la civiltà del fare artigiano di Grottaglie dove, negli anni ’86-‘89, l’autore allestisce mostre e installazioni nell’ambito dell’iniziativa La ceramica nel quartiere delle ceramiche, da cui il libro Grottaglie come Altrove, 1990, ed. Kappa, Roma.

 

Massimo Martini è uno dei componenti del Grau di Roma. Con l’occasione, nel corso della mostra, verranno presentate anche le iniziative (libri, mostre, ecc…) che lo studio sta avviando nella rilettura e nella riflessione di oltre cinquanta anni del proprio lavoro.

 

 

 

PER PURO CASO

 Avviene per puro caso che due iniziative contigue si incontrino in questa occasione: la mostra Maioliche d’uso di Massimo Martini e la promozione di libri sul lungo viaggio del Grau, nella dimensione di lavoro e collaborazione che oggi si dice Grau.2.

La storia delle ceramiche decorate da un architetto è presto detta: da troppo tempo ci sta lavorando, è ora che un pubblico più vasto degli amici le validi o meno, il mestiere dell’artigiano un obbiettivo irraggiungibile, comunque una strada impervia lungo la quale si chiede comprensione.

La storia del Grau è ben più complessa. Si intrecciano assenze dolorose, esperienze dei singoli rimaste nei faldoni di studio (troppe invero), dubbi maturati dentro progettualità non protette dall’aura della benevolenza critica, sensi di colpa per una posizione troppo silenziosa nel corso degli anni, diversità di vedute fra gli autori stessi sulla spinta di un trasmutare rapido e veloce, in pochi anni, dello statuto stesso dell’architettura. Anche un senso di spaesamento a seguito delle belle, inattese acquisizioni da parte del Centro Pompidou di Parigi.

Il Grau.2 ha un programma vasto e ambizioso (come testimoniano i primi titoli che si stanno muovendo, non tutti necessariamente interni allo studio), con un unico punto fisso: presentare ufficialmente la collana in occasione della mostra dedicata ai disegni della “Visione di Roma” di Franco Pierluisi, nell’ambito della loro acquisizione al patrimonio del Maxxi di Roma. (Questo avverrà o a maggio o a novembre del 2017 e a questa data ci si vuole strettamente attenere).

Fare libri comporta anche fare mostre e altro, altro ancora, nella comunicazione e nel confronto che il mondo dell’arte vorrà concedere, dentro asimmetrie imprevedibili e sorprese che si spera positive. Ora, se arriva sei mesi prima dell’incipit ufficiale una piccola strana mostra di uno del gruppo, perché non accoglierla come una mostra di tutti? Così è.

 

Nel frattempo, così come comparse sul giornale la Repubblica dell’11/11/16, ci sostengono le parole di Elif Shafak, affermata scrittrice turca impegnata a vivere in giro per il mondo: «[…]Faccio la pendolare fra la lingua turca e la lingua inglese. Ogni nuovo romanzo lo scrivo in inglese, poi un traduttore professionista lo volge in turco, dopo di che io riprendo la traduzione e la riscrivo con mio ritmo personale […]Contro la solidità della politica identitaria, difendo la fluidità delle appartenenze culturali. Questo nuovo secolo è il secolo delle migrazioni, dei trasferimenti, dei movimenti. È il secolo delle persone che sognano in più di una lingua. Ebbene sì, il nostro cervello è perfettamente in grado di sognare in più di una lingua[…]».

 

          

Collana  Grau.2

Titoli in piano editoriale al 15/11/16

Franco Pierluisi: Visione di Roma

Corrado Placidi: Vistalago

Carla Giovannone, Francesco Montuori:l’Arco trionfale voluto dal Cardinale Scipione Borghese nel feudo di Montefortino

Roberto Mariotti: All’ombra del disegno

Massimo Martini: Riscrivere

Patrizia Nicolosi:Tutte si muovono le foglie del bosco

Anna Di Noto, Francesco Montuori: La Scena Prospettica del Teatro all’Antica di Sabbioneta

Anna Di Noto, Francesco Montuori: Luoghi e conflitti

Giuseppe Milani:Materialità dei segni – 1964-2004

Gabriella Colucci: Due più due fa cinque

Paola Chiatante: Esterno interno

Enzo Rosato: Segni di creta

Valentino Anselmi, Valerio Palmieri: La città che vola

 

 

 

 

lug 142016
 

     AMACI sabato 15 ottobre 2016  Dodicesima Giornata del Contemporaneo

CLAUDIO BASSI: Quaderno fotografico

15/10/2016 – 28/10/2016

A cura di    Simonetta  Ramogida

 

presentazione del libro: “Quaderno fotografico”

 

…era una questione di luce e una questione di  cuore, una questione tecnica e una questione di comprensione, freschezza e profondità, uno sguardo che tutto nota, tutto percorre, tutto accarezza, senza nulla turbare,spostare, forzare.

Non usava l’esposimetro per le strade di s. Lorenzo. Quella luce è sempre stata la sua. La luce in cui è nato, la luce che gli ha aperto gli occhi e lo ha appassionato alla vita. La luce che anima e custodisce questi lievi e delicati attimi, in cui la fatica di vivere sembra scompaia e rimanga per sempre la grazia delle creature.                     

Tano D’Amico

 

… Quello che lui chiama “Quaderno fotografico” è una costruzione meditata. Una meditazione sulla vita umana, sulla sua durezza, la sua bellezza, la sua fatica, il suo desiderio spesso deluso, la sua allegria improvvisa. Non ci sono sentimentalismi né decorazioni, ma una calma “pietas” dello sguardo, che scopre il mondo e lo trova magnifico e terribile…

Mario Dondero

 

 

“scroll down for English version”.

 

…it was a matter of light and a matter of heart, a matter of technique and a matter of understanding, freshness and depth, a gaze that sees everything, covers everything, caresses everything, but unsettles, moves and forces nothing.

He didn’t use the expose meter around the streets of San Lorenzo. That light has always been his. The light in which he was born, the light that opened his eyes and made him passionate about life. The light that animates and guards these faint and delicate moments, in which the troubles of life seem to vanish and the grace of the creatures remains forever.

                                   Tano D’Amico

 

… What he calls “Photographic notebook” is a pondered construction. A reflection about human life, about its harshness, its beauty, its toughness, its often disappointed desire, its sudden cheerfulness. There are no sentimentalisms nor decorations, but a religious calm of the look that discovers the world and finds it magnificent and merciless…

Mario Dondero