apr 022018
 

5/4/2018 – 4/5/2018

                     

Anuok L.A., 2010-2014,                                    Senza titolo, 2010-2014,

stampa fotografica su alluminio,                    stampa fotografica su alluminio,

120 x 80 cm                                                            100 x 70 cm

Ombre, Rose, Ombre. Due periodi cupi e difficili, le guerre mondiali, accesi dal fiorire della cultura. Il progetto di Orit Drori, quattro anni di lavoro e viaggi a Vienna iniziati nel 2010, è un omaggio all’epoca dei grandi intellettuali mitteleuropei, ma non solo. É un saper restare, ritornare e soprattutto un «andare incontro al tempo come esso ci cerca», citazione da Shakespeare scelta da Stefan Zweig, non a caso, per iniziare il libro Il mondo di ieri. Un mondo in cui, dal passaggio al XX secolo e fino alla seconda guerra mondiale, nulla è più al sicuro e il dramma viene allo scoperto dopo essere stato a lungo, per dirla come Franz Werfel, «una tomba interrata che nessuno riesce più a localizzare».

Anima nomade, quando parla del suo modo di lavorare Orit Drori precisa due questioni: «il viaggio è importante» e «la fotografia è lo strumento». Il viaggio richiede tempo e l’artista sfida la misura del tempo. Durante la realizzazione di questo progetto, come di altri, l’autrice vive, osserva, legge, cammina, riprende tutto ciò che cattura la sua attenzione. Nella Vienna di Sigmund Freud, Karl Kraus, Georg Trakl, Hugo von Hofmannsthal, Arthur Schnitzler, Zweig, Werfel e molti altri, Drori va incontro al momento in cui il segreto del luogo si offre, attimi sospesi nelle stanze del Südbahnhotel frequentato dagli scrittori o su un portone della Vienna rossa di Karl Marx-Hof. Oppure nell’Augarten, inaspettatamente, la Flaktürme, torre per la difesa contraerea nazista. Una mano posata sul vestito. Un volto-icona a occhi chiusi, sfocato. Una rappresentazione di ragazza col cagnolino suggerisce la posa del ritratto privato ottocentesco, sullo sfondo una parete di cemento in rovina. L’artista comunica la sostanza del vissuto, che trapela anche attraverso l’assenza; raccoglie l’eco di luoghi e persone, in entrambi i casi non comuni, a volte marginali, a volte al centro degli eventi, in ogni modo scelti nel corso del viaggio per affinità e intensità. L’evocazione istantanea degli scatti compone un discorso per frammenti, dà forma a interrogativi e passioni. In questa capacità di immediatezza esiste forse qualche analogia con Peter Altenberg e con quanto scriveva il giovane Hofmannsthal circa Il mio modo di vedere, prima raccolta di schizzi dello stesso Altenberg: «solo artisti e bambini vedono la vita così com’è. Essi sanno cosa c’è nelle cose. Sentono nei discorsi la verità e la menzogna. Sono gli unici capaci di concepire la vita come totalità. Danno alle cose il loro nome e alle parole il loro contenuto».

La fotografia di Orit Drori è strumento simbolico e indagatore, si sviluppa come un lavoro in progress scandito nel tempo e finisce per divenire immagine senza tempo. Un’immagine in cui risiede il senso stesso dell’installazione essenziale concepita dall’artista in questa occasione, cinque “quadri fotografici” che intendono rappresentare il nocciolo di un progetto espositivo più ampio.

 

Diletta Borromeo

 

Orit Drori è nata in Israele a Be’er Sheva, la città più grande nel deserto del Negev. Vive da diversi anni a Chiang Mai, in Tailandia. Ha studiato fotografia a Roma, dove ha vissuto a lungo e ha collaborato, dal 1987 al 1993, con il Gruppo Editoriale La Repubblica-L’Espresso. Dal 1993 conduce una ricerca artistica personale nel corso di lunghi viaggi in Myanmar, Europa, Nord Corea, Israele e Australia. A Roma nel 1996 ha ideato una video installazione per i locali del Bar del Fico (a cura di Diletta Borromeo e Maria Rosa Sossai, con il sostegno tecnico di Rai2), mentre nel 2008, nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia, ha presentato il progetto “Burma. Between Us, Remember Me Always”, a cura di Enrica Scalfari presso il Museo di Roma in Trastevere. Nel 2009 ha vinto il FCCT Photo Contest. Ha partecipato a numerose esposizioni in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero. Fra questi: Santa Maria dello Spasimo, Palermo (1997), Istituto Italiano di Cultura, Praga (1999), Museo dell’Arte e dell’Archeologia, Vasto (1999), Palazzo delle Esposizioni, Roma (2002), Upperground, Vienna (2003), Università degli Studi “La Sapienza”, Roma (2004), Beth Hamidrash Tiferet, Gerusalemme (2005), Koi Gallery, Bangkok (2011), Photo Festival, Bangkok (2016).

 

Un’anteprima del lavoro più recente di Orit Drori, intrapreso in Australia, sarà presentata dal 7 aprile al 3 maggio 2018 nella mostra Un muto dialogo, alla galleria Unicorno Roma, Rampa Mignanelli 10.

 

Shadows, Roses, Shadows. Two dark and difficult time periods, two World Wars, brightened by a thriving culture. Orit Drori’s project is a homage to Mitteleuropean great intellectuals and their time; she started in 2010 and it took her four years of work and travels to Vienna. Her work shows the ability to stay, to return and mostly to «meet the time as it seeks us» as Stefan Zweig stated -quoting Shakespeare- at the beginning of his novel The World of Yesterday. A world where, from the beginning of the 20th century to the end of WWII, nothing is safe anymore and drama stands up after it has been, in Franz Werfel words, «a buried crypt no one can find anymore».

Orit Drori is a nomad soul, and when she talks about her work she underlines two major themes: «the journey is important» and «photography is the tool». The journey takes time and the artist defies the measure of time. While working on this project, as with others, the photographer lived, saw, read, walked, captured everything that caught her attention. In the Vienna of Sigmund Freud, Karl Kraus, Georg Trakl, Hugo von Hofmannsthal, Arthur Schnitzler, Zweig, Werfel and many others, Drori encounters the moment in which the secret of the place reveals itself, those suspended moments in the rooms at the Südbahnhotel ,where writers used to meet, or at the main door of Karl Marx-Hof’s red Vienna, or else unexpectedly, in the Augarten, The Flaktürme, a Nazi anti-aircraft defence tower. A hand on a dress. An icon-face with closed eyes, blurred. The picture of a young girl with a dog recalling the 19th century private portraits, on the background an abandoned cemented wall. The artist expresses the essence of life even through absence; she gathers the echo of uncommon places and people, either peripheric or central to the events but chosen, during the journey, because of their affinity and intensity.

The photo’s instant recollection builds together a fragmented speech and shapes questions and passions. This immediacy may be analogous to Peter Altenberg and what Hofmannsthal wrote about As I see it, Altenberg first collection of sketches, «only children and artists see life as it is. They know what lies in it. They sense the truth and the lies. They are the only ones capable to see life as a whole. Children and artists give things a name and meaning to the words».

Orit Drori’s photography is a symbolic and inquiring device, it develops over time as a work in progress  but becomes a timeless picture: a picture that embodies the essence of the essential installation conceived by the artist for this exhibition. Five “photographic paintings” that express the core of a larger project.

 

 

mar 052018
 

12/30 marzo 2018

A  cura di:  Grau.2

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Il libro Attraverso la materia si inserisce a pieno titolo nella serie di libri d’autore che la collana Grau.2 va promuovendo lì dove un artista sia interessato a farlo. Cosa si intende per libro d’autore, almeno in questo caso? Si intende un procedere libero delle opere, dentro un cammino che non vuole fissare bandierine nello scandire scientifico (e di mercato) della storia dell’arte, piuttosto favorire il loro contaminarsi nei ricordi sfumati dell’artista, negli incroci con i segni e il fare di discipline affini. Il passe par tout di questa vera e propria trasfigurazione della materia d’autore è da individuarsi nello studio-museo di Enzo Rosato dove, in una sorta di tempo senza tempo dell’artista, le sue opere stanno senza imbarazzo, quasi provocatorie, le une vicine alle altre, siano esse degli anni sessanta o di mezzo secolo dopo. Questa scena perenne, sostenuta dalla filosofia dello studio aperto,  richiama  l’attenzione dei visitatori, li induce a sostare, chiedere, fare paragoni, commentare… poi magari a fotografare come accade spesso con Patrizia Nicolosi, per altro sua complice d’arte dentro l’AOC. Ebbene lo scultore, l’autore del libro, dice a stesso: allora facciamo una panoramica trasversale su tutto il mio lavoro e facciamola immergendo gli oggetti (non tutti ma certo gli attori principali) proprio in quella nebbia fotografica che ha innescato la curiosità e il perché di una rivisitazione.  Prendendosi dei rischi, ma cercando curioso un altro senso fra i tanti che lui continua a elaborare nella frequenza quotidiana di quello spazio sacro. I materiali d’epoca vagano benissimo in questo mare e mescolate alle parole di una calma autobiografia. In un clima che non elenca i successi, piuttosto indugia a chiedere al lettore: ma lo sai come si ottiene quell’effetto di marmorizzazione? La sai la differenza fra smaltato e invetriato? Lo vorresti sapere? Allora siediti che ti dico, perché questa è la mia maniera di vedere la vita.

 

        

 

Biografia

Enzo Rosato nasce nel 1940 a Grottaglie,  uno dei più noti centri della ceramica di tradizione in Italia. Qui cresce, studia e comincia a fare apprendistato nelle varie botteghe. A diciassette anni si trasferisce a Roma dove, prima ancora di diplomarsi, diviene uno dei collaboratori di Leoncillo. I primi anni nella capitale sono molto importanti perché Enzo Rosato, anche se giovanissimo, già possiede sia una manualità esperta,  che tutte le tecniche del fare ceramica. Questo suo essere, unito all’accelerazione che viene dal sodalizio con Leoncillo, lo porta con facilità a fare gruppo con altri giovani artisti, creare un suo studio, allargare il campo delle collaborazioni ad altri professionisti del settore. Quindi fare concorsi, spesso vincerli, ricevere incarichi da enti come l’Enapi, divenire esso stesso professore, fare mostre e avere presentazioni da parte di critici militanti. Dal 1965 stabilisce lo studio a via Flaminia 58 dove, assieme ad altri artisti, fonda l’associazione AOCF58 che, nel gestire in proprio uno spazio-galleria, diviene nel tempo uno dei centri del fare arte più seri e accreditati della città. Nell’ambito dei rapporti con gli attori della scena romana, spicca quello con gli architetti dello studio Grau, in un clima di sperimentazione che trova il suo apice nella partecipazione comune alla Biennale di Venezia The Presence of the Past del 1980, poi anche nelle edizioni di Parigi e S. Francisco. Nel 1983, con la mostra Storie di vasi e terre cotte alla Temple University di Roma la figura di Rosato trova una sua consacrazione, anche nel legame con il Grau. Nel 2005 tale rapporto si rinnova al Centre Pompidou di Parigi sia con la donazione di opere ai suoi archivi, sia con la partecipazione alla mostra La Tendenza. Dal 1992 insegna presso la Scuola della Medaglia… dove porta il sapere di chi fa modellato e le tecniche del fare artigiano

 

Enzo Rosato: Through the Matter

12 – 30 MARCH 2018

Edited by: Grau.2

The book Through the Matter is part of the author book series that Grau.2 is promoting, when an artist is interested in doing it. How is an artist book defined in this book series? It means a free continuum of works, in a system which doesn’t want to pinpoint any scientific (or marketing) phase in the history of art, but rather promotes their contamination in the artist’s remembrances, in the intersection between signs and practices of other related disciplines. The passepartout of this actual transfiguration of the author’s matter can be detected in the atelier/museum of Enzo Rosato where, in a sort of timeless dimension of the artist, his works, from the 60s to the new century. stand next to one another, without any awe and nearly provocative. This permanent scene sustained by the philosophy of the open study, induces the visitors to stand and observe, make comparisons and comments and maybe even take pictures, as it happens with Patrizia Nicolosi, Rosato’s artistic partner at AOC. The sculptor and book author tells himself: let’s take a wide overview of all my works and let’s do it by plunging the objects (not all of them, but certainly the key actors) into that photographic daze which triggered our curiosity and the reason for a reinterpretation. Taking some risks, but looking with curiosity for a new meaning among the many that he creates daily in that sacred space. Old materials roam freely in this sea of images along with the words of a calm autobiography. In a space that doesn’t make a list of achievements, but rather lingers to ask the reader: Do you know how this marbled effect is obtained? Do you know the difference between glaze and polish? Would you like to know? The sit down and I will tell you, because this is how I see life.