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	<title>ASSOCIAZIONE OPERATORI CULTURALI FLAMINIA 58 &#187; 2017/2018</title>
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	<description>ASSOCIAZIONE OPERATORI CULTURALI FLAMINIA 58</description>
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		<title>Nel velarsi l’antico gesto di una donna (… e ogni storia viene sempre dopo)</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Dec 2018 12:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AocF58</dc:creator>
				<category><![CDATA[2017/2018]]></category>

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		<description><![CDATA[15 gennaio/ 2 febbraio 2017 Nel velarsi l’antico gesto di una donna (… e ogni storia viene sempre dopo) A  cura di: Grau.2 in occasione della presentazione del libro in e-book: TUTTE SI MUOVONO LE FOGLIE NEL BOSCO         Come lavoro ho fatto l’architetta. La fotografia è stata una passione aggiunta che, piano piano, <a href='https://www.aocf58.it/wp/?p=5050' class='excerpt-more'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>15 gennaio/ 2 febbraio 2017</p>
<p><strong><em>Nel velarsi l’antico gesto di una donna (… e ogni storia viene sempre dopo)</em></strong></p>
<p>A  cura di: Grau.2</p>
<p>in occasione della presentazione del libro in e-book: <em>TUTTE SI MUOVONO LE FOGLIE NEL BOSCO</em></p>
<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/4.5.6-marta.jpg"><img title="4-5-6-marta" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/4.5.6-marta-300x211.jpg" alt="" width="300" /></a>   <a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/4.5.1-gabriella-72-.jpg"><img title="4-5-1-gabriella-72" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/4.5.1-gabriella-72--300x211.jpg" alt="" width="300" /></a>    <a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/4.5.7-margherita-72.jpg"><img title="4-5-7-margherita-72" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/4.5.7-margherita-72-300x211.jpg" alt="" width="300" /></a></p>
<p>Come lavoro ho fatto l’architetta. La fotografia è stata una passione aggiunta che, piano piano, mi ha preso la mano. Di certo io sono convinta che l’immagine fotografica non testimoni la realtà, piuttosto la interpreti. La si usa spesso, fra gli architetti, come foto segnaletica di un’avvenuta costruzione. Ma ciò è del tutto subordinato dall’essere,l’immagine, un autonomo giudizio di merito. Ci tengo a dirlo subito. Questo è un punto fermo per me. I miei scatti sono altro dalla mia architettura.</p>
<p>Mi piace pensare che le mie foto, anziché raccontare una loro chiusa verità, possano essere percepite come un’impalcatura di domande che, poste nel bel mezzo del fare architettura, non ne chiudano il discorso, bensì lo riaprano: partecipando alla costruzione di un’idea, non santificando quello che è fatto (o sembra solo esserlo, vista l’incessante mutazione sia dell’idea che del segno).</p>
<p>E poi mi misuro, per la prima volta, con ritratti in posa in studio, donne comuni, amiche, che fanno e ripetono e ripetono ancora i gesti consueti del mettersi il velo.</p>
<p>Avevo cominciato questo lavoro attorno al velo e la donna oggi, cercando di indagare, come fotografa, il rapporto fra il volto di una qualsiasi donna e il pezzo di una qualsiasi stoffa che ne diviene il copricapo. Se possibile lontano da quel dibattito violento attorno al diritto al velo che, mi preme dirlo subito, non prevede per me oggi e nella maniera più assoluta, il divieto al velo.</p>
<p>Facevo affidamento a quello statuto di libertà che viene attribuito all’atto artistico ovunque la parola civiltà abbia la forza e la capacità di declinarsi. Lontano da parole spesso abusate, dove per libertà mi accontenterei di incrociare la liberazione (o la sospensione) da quanti più pregiudizi possibile. Attimo di reciproca fiducia per l’artista prima, per i fruitori poi (nell’infinita varietà di culture, sensibilità, private debolezze). Una specie di diritto di transito concesso anche a quella immagine, anche se costretta a testimoniare di contraddizioni e oscenità irrisolte.</p>
<p>Così facendo, e nel corso del lavoro, mi sono accorta che la mia attenzione veniva mano a mano catturata non tanto dall’oggetto, quanto dai gesti che conducono alla costruzione dell’oggetto. Parliamo di quei gesti che la donna compie nel preparare, avvolgere, sistemare il velo sulla propria testa, con le mani e le braccia che recitano una loro commedia di fronte a un volto che è tutto fuorché in posa (anche in un set fotografico).</p>
<p>Ogni donna, nell’attimo senza tempo durante il quale si vela, esprime con tutta evidenza ciò che sta per avvenire. O forse no. Comunque lei non è assente ed è sicuramente concentrata sulla propria femminilità.</p>
<p>Mi sono così ritrovata, partendo dall’ingarbugliata vicenda del diritto a velo, a dire a me stessa: guardate, siamo di fronte a un gesto così antico e così associato alla donna (ci sono anche uomini, bellissimi, con il turbante), che ogni storia, ogni sovrastruttura viene dopo. Il pregiudizio, nel caso, una stupidaggine in sé.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img title="GRAU2 Patrizia 06 Vol 1_montuori" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/GRAU2-Patrizia-06-Vol-1COP1-300x211.jpg" alt="" width="300" />    <img title="GRAU2 Patrizia 06 Vol 2 _montuori" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/GRAU2-Patrizia-06-Vol-2COP1-300x211.jpg" alt="" width="300" />    <img title="GRAU2 Patrizia 06 Vol 3_montuori" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/GRAU2-Patrizia-06-Vol-3COP-300x211.jpg" alt="" width="300" /></p>
<p>Questo libro segue, passo dopo passo e attraverso le sue opere, la storia di Patrizia Nicolosi, architetta e fotografa, fotografa e architetta.</p>
<p>Trattasi di un caso, non infrequente nella storia dell’arte, di un’artista che transita liberamente da una disciplina a un’altra senza la paura di mescolare i linguaggi, anzi nella ricerca costante e cocciuta di nuove dimensioni espressive derivate proprio da occasioni linguistiche fuori schema. Le sue parole, in proposito, sono chiare e significative: “Io sono convinta che l’immagine fotografica non testimoni la realtà, piuttosto la interpreti. La si usa spesso, fra gli architetti, come elaborato che, in certo senso, chiude un percorso progettuale. Ma ciò è del tutto subordinato dall’essere, essa immagine, un autonomo giudizio di merito. Ci tengo a dirlo. Questo è un punto fermo per me. I miei scatti sono altro dalla mia architettura”.</p>
<p>Il libro racconta anche delle contraddizioni di questo fare, le fatiche di due mestieri, il desiderio di artigianalità che spesso risolve molte asperità. Una testimonianza, per altro, estesa al lavoro di altri dentro e fuori lo studio, verso una dilatazione dell’immagine sempre alla ricerca di qualcosa che sia oltre l’edificio.</p>
<p>Lungo lo svolgersi dei tre tomi che costituiscono il libro <em>Tutte si muovono le foglie del bosco, </em>ho provato a scrivere in prima persona qualche considerazione nel merito della mia vita d’artista. Quel tanto che potesse inquadrare alcune contraddizioni nelle quali sono (fortunatamente) incappata. Mi riferisco alla dualità fra architettura e fotografia, allo stare in un gruppo di architetti così connotati come il Grau, allo scoppio finale (del tutto imprevisto) delle cosiddette <em>foto dal divano</em> e dal loro aprire altri fascinosi orizzonti. Ora io so che, in genere, i dépliant, sono fatti per <em>mostrare il meglio delle opere in mostra, </em>che però nel caso sono una marea inarrestabile di immagini. Così, alla fine, ritengo più utile soffermarmi invece su quel poco che ho scritto anche perché, <em>nel vizio di teorizzare </em>del Grau, anche io sento la necessità di segnare qualche piccolo punto che, visto il dilatarsi spesso estremo dei linguaggi, proprio male non fa. Anzi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Benjamin Shilling: #KOSMONAUT &#8211; OCCUPY SPACE</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jun 2018 13:59:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AocF58</dc:creator>
				<category><![CDATA[2017/2018]]></category>

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		<description><![CDATA[21 giugno  2018  -  festa della musica #Kosmonaut   Finita l’università nel 2000, Benjamin ha iniziato a viaggiare attraverso i tre continenti: Europa, America e Australasia. Durante il viaggio tra l’America e l’Australia quando ha oltrepassato la linea internazionale del cambio di data, ha perso un giorno. Dal quel momento è sempre stato affascinato dal <a href='https://www.aocf58.it/wp/?p=4415' class='excerpt-more'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/06/KOSMONAUT1977-1-quarto.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4416" title="kosmonaut1977-1-quarto" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/06/KOSMONAUT1977-1-quarto-300x290.jpg" alt="" width="300" height="290" /></a></p>
<p>21 giugno  2018  -  festa della musica</p>
<p><strong>#Kosmonaut </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Finita l’università nel 2000, Benjamin ha iniziato a viaggiare attraverso i tre continenti: Europa, America e Australasia. Durante il viaggio tra l’America e l’Australia quando ha oltrepassato la linea internazionale del cambio di data, ha perso un giorno.</p>
<p>Dal quel momento è sempre stato affascinato dal concetto di tempo, spazio e vuoto.</p>
<p>Mentre viveva nella città di Varsavia in Polonia nel 2008, Benjamin ha fondato The Yuri Gagarin Contraband dopo avere scritto una poesia intitolata “On the corner of Yuri Gagarin and Space Row A”, un progetto musicale che condivide le speranze, i sogni, gli incubi e le paure del primo uomo che ha circumnavigato la terra dallo spazio attraverso un mezzo audiovisivo.</p>
<p>Cresce così, nella mente di Benjamin Shilling, il progetto<strong> </strong><em>#Kosmonaut, </em>come naturale prosecuzione di queste idee in cui parole, musica e immagini sono correlate per comunicarci diversi significati e diversi momenti durante un’esperienza dal vivo. <strong></strong></p>
<p><strong>“Occupy Space”</strong> si riferisce, in termini di linguaggio, allo spazio vuoto tra il dire cosa intendiamo e il significato di ciò che diciamo.</p>
<p><em>“Occupy Space”</em> simboleggia la base dalla quale dovremmo prendere delle responsabilità che derivano dal nostro diritto di avere la libertà di parola.</p>
<p>E significa che il nostro rapporto con lo spazio deve essere rivisto in modo che ‘occupare uno spazio’ significhi entrare più in contatto con quello che ci circonda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“La libertà di </em><a href="https://www.frasicelebri.it/argomento/pensiero/"><em>pensiero</em></a><em> è più </em><a href="https://www.frasicelebri.it/argomento/forza/"><em>forte</em></a><em> della </em><a href="https://www.frasicelebri.it/argomento/presunzione/"><em>tracotanza</em></a><em> del </em><a href="https://www.frasicelebri.it/argomento/potere/"><em>potere</em></a><em>.”</em></p>
<p><em>Giordano Bruno</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>#Kosmonaut </strong></p>
<p>is the brainchild of Benjamin Shilling who was born in the U.K in 1977.</p>
<p>Upon graduating from university in 2000, Ben travelled across the three continents of Europe, America and Australasia. The trip meant circumnavigating the globe in an anti-clockwise direction which resulted in losing a day when crossing the International date line from the USA to Australia.</p>
<p>There began a fascination with the concept of time, space and the void.</p>
<p>While living in the city of Warsaw in Poland in 2008 a poem entitled “On the corner of Yuri Gagarin and Space Row A” led to the creation of The Yuri Gagarin Contraband, a musical enterprise sharing the hopes, dreams, nightmares and fears of the first man to circumnavigate the earth from space via an audio-visual medium.</p>
<p><em>#Kosmonaut</em> is a continuation of these ideas where words, music and images correlate to communicate different meanings at different moments in a live setting.</p>
<p><strong> “Occupy Space”</strong> refers to a sensibilty in terms of language which is concerned with the void between saying what we mean and meaning what we say. It symbolises a foundation from which we need to take some of the responsibility that comes with our right to have freedom of speech.</p>
<p>Our relationship with space needs to be re-examined and it follows that by occupying space we will be more in touch with our surroundings.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Freedom is thought is stronger than the arrogance of power” </em></p>
<p><em>Giordano Bruno</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>IACOPO PINELLI: Nasce per violenza, muore per libertà.</title>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2018 14:21:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AocF58</dc:creator>
				<category><![CDATA[2017/2018]]></category>

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		<description><![CDATA[Non conosciamo l’aspetto della forza se non attraverso i suoi effetti; il termine forza è utilizzato in ambito scientifico per descrivere una causa fisica capace di mettere in moto un corpo, di fermarlo e di deformarlo. Non dobbiamo dimenticare, però, che quando parliamo di forza ci riferiamo a una energia che non nasce e svanisce <a href='https://www.aocf58.it/wp/?p=4409' class='excerpt-more'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non conosciamo l’aspetto della forza se non attraverso i suoi effetti; il termine forza è utilizzato in ambito scientifico per descrivere una causa fisica capace di mettere in moto un corpo, di fermarlo e di deformarlo.</p>
<p>Non dobbiamo dimenticare, però, che quando parliamo di forza ci riferiamo a una energia che non nasce e svanisce nel nulla, bensì si trasferisce da un oggetto all’altro.</p>
<p>Prendendo due corpi come riferimento che chiameremo A che agisce su un altro B, possiamo notare come B, che subisce l’azione di A, subisca il potere di quest’ultimo fino al raggiungimento o di un punto di rottura, sprigionando così l’energia ricevuta in maniera dispersiva, o si deformi liberando l’energia accumulata esercitata su di esso.</p>
<p>All’interno delle opere di <em>Iacopo Pinelli (10/06/1993) </em>possiamo identificare sia A che B: A sono i cavi, che esercitano forza su B, le parti scultoree in gesso e tessuto.</p>
<p>In questo caso la forza di A rappresenta il mondo che agisce su B. Attraverso B Pinelli rappresenta se stesso che, schiacciato da tale energia, tenta di liberarsi fino a mutare forma in maniera cruciale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/05/tensioni.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4410" title="tensioni" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/05/tensioni-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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		<title>ORIT DRORI: Vienna. Schatten, Rosen, Schatten</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2018 12:05:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AocF58</dc:creator>
				<category><![CDATA[2017/2018]]></category>

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		<description><![CDATA[5/4/2018 – 4/5/2018                       Anuok L.A., 2010-2014,                                    Senza titolo, 2010-2014, stampa fotografica su alluminio,                    stampa fotografica su alluminio, 120 x <a href='https://www.aocf58.it/wp/?p=4355' class='excerpt-more'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>5/4/2018 – 4/5/2018<em></em></p>
<p><img class="alignnone size-medium wp-image-4356" title="1-orit_drori_anuok120x80" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/03/1-Orit_Drori_Anuok120x80-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" />                     <img class="alignnone size-full wp-image-4357" title="senza-titolo-1" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/03/Senza-titolo-1.jpg" alt="" width="192" height="127" /></p>
<p><em>Anuok L.A.</em>, 2010-2014,                                    <em>Senza titolo</em>, 2010-2014,</p>
<p>stampa fotografica su alluminio,                    stampa fotografica su alluminio,</p>
<p>120 x 80 cm                                                            100 x 70 cm</p>
<p><strong>Ombre, Rose, Ombre</strong>. Due periodi cupi e difficili, le guerre mondiali, accesi dal fiorire della cultura. Il progetto di Orit Drori, quattro anni di lavoro e viaggi a Vienna iniziati nel 2010, è un omaggio all’epoca dei grandi intellettuali mitteleuropei, ma non solo. É un saper restare, ritornare e soprattutto un «andare incontro al tempo come esso ci cerca», citazione da Shakespeare scelta da Stefan Zweig, non a caso, per iniziare il libro <em>Il mondo di ieri</em>. Un mondo in cui, dal passaggio al XX secolo e fino alla seconda guerra mondiale, nulla è più al sicuro e il dramma viene allo scoperto dopo essere stato a lungo, per dirla come Franz Werfel, «una tomba interrata che nessuno riesce più a localizzare».</p>
<p>Anima nomade, quando parla del suo modo di lavorare Orit Drori precisa due questioni: «il viaggio è importante» e «la fotografia è lo strumento». Il viaggio richiede tempo e l’artista sfida la misura del tempo. Durante la realizzazione di questo progetto, come di altri, l’autrice vive, osserva, legge, cammina, riprende tutto ciò che cattura la sua attenzione. Nella Vienna di Sigmund Freud, Karl Kraus, Georg Trakl, Hugo von Hofmannsthal, Arthur Schnitzler, Zweig, Werfel e molti altri, Drori va incontro al momento in cui il segreto del luogo si offre, attimi sospesi nelle stanze del Südbahnhotel frequentato dagli scrittori o su un portone della Vienna rossa di Karl Marx-Hof. Oppure nell’Augarten, inaspettatamente, la Flaktürme, torre per la difesa contraerea nazista. Una mano posata sul vestito. Un volto-icona a occhi chiusi, sfocato. Una rappresentazione di ragazza col cagnolino suggerisce la posa del ritratto privato ottocentesco, sullo sfondo una parete di cemento in rovina. L’artista comunica la sostanza del vissuto, che trapela anche attraverso l’assenza; raccoglie l’eco di luoghi e persone, in entrambi i casi non comuni, a volte marginali, a volte al centro degli eventi, in ogni modo scelti nel corso del viaggio per affinità e intensità. L’evocazione istantanea degli scatti compone un discorso per frammenti, dà forma a interrogativi e passioni. In questa capacità di immediatezza esiste forse qualche analogia con Peter Altenberg e con quanto scriveva il giovane Hofmannsthal circa <em>Il mio modo di vedere</em>, prima raccolta di schizzi dello stesso Altenberg: «solo artisti e bambini vedono la vita così com’è. Essi sanno cosa c’è nelle cose. Sentono nei discorsi la verità e la menzogna. Sono gli unici capaci di concepire la vita come totalità. Danno alle cose il loro nome e alle parole il loro contenuto».</p>
<p>La fotografia di Orit Drori è strumento simbolico e indagatore, si sviluppa come un lavoro <em>in progress</em> scandito nel tempo e finisce per divenire immagine senza tempo. Un’immagine in cui risiede il senso stesso dell’installazione essenziale concepita dall’artista in questa occasione, cinque “quadri fotografici” che intendono rappresentare il nocciolo di un progetto espositivo più ampio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Diletta Borromeo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Orit Drori</strong> è nata in Israele a Be’er Sheva, la città più grande nel deserto del Negev. Vive da diversi anni a Chiang Mai, in Tailandia. Ha studiato fotografia a Roma, dove ha vissuto a lungo e ha collaborato, dal 1987 al 1993, con il Gruppo Editoriale La Repubblica-L’Espresso. Dal 1993 conduce una ricerca artistica personale nel corso di lunghi viaggi in Myanmar, Europa, Nord Corea, Israele e Australia. A Roma nel 1996 ha ideato una video installazione per i locali del Bar del Fico (a cura di Diletta Borromeo e Maria Rosa Sossai, con il sostegno tecnico di Rai2), mentre nel 2008, nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia, ha presentato il progetto “Burma. Between Us, Remember Me Always”, a cura di Enrica Scalfari presso il Museo di Roma in Trastevere. Nel 2009 ha vinto il FCCT Photo Contest. Ha partecipato a numerose esposizioni in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero. Fra questi: Santa Maria dello Spasimo, Palermo (1997), Istituto Italiano di Cultura, Praga (1999), Museo dell’Arte e dell’Archeologia, Vasto (1999), Palazzo delle Esposizioni, Roma (2002), Upperground, Vienna (2003), Università degli Studi “La Sapienza”, Roma (2004), Beth Hamidrash Tiferet, Gerusalemme (2005), Koi Gallery, Bangkok (2011), Photo Festival, Bangkok (2016).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Un’anteprima del lavoro più recente di Orit Drori, intrapreso in Australia, sarà presentata dal 7 aprile al 3 maggio 2018 nella mostra <strong>Un muto dialogo</strong>, alla galleria Unicorno Roma, Rampa Mignanelli 10.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Shadows, Roses, Shadows.</strong> Two dark and difficult time periods, two World Wars, brightened by a thriving culture. Orit Drori’s project is a homage to Mitteleuropean great intellectuals and their time; she started in 2010 and it took her four years of work and travels to Vienna. Her work shows the ability to stay, to return and mostly to «meet the time as it seeks us» as Stefan Zweig stated -quoting Shakespeare- at the beginning of his novel <em>The World of Yesterday</em>. A world where, from the beginning of the 20<sup>th</sup> century to the end of WWII, nothing is safe anymore and drama stands up after it has been, in Franz Werfel words, «a buried crypt no one can find anymore».</p>
<p>Orit Drori is a nomad soul, and when she talks about her work she underlines two major themes: «the journey is important» and «photography is the tool». The journey takes time and the artist defies the measure of time. While working on this project, as with others, the photographer lived, saw, read, walked, captured everything that caught her attention. In the Vienna of Sigmund Freud, Karl Kraus, Georg Trakl, Hugo von Hofmannsthal, Arthur Schnitzler, Zweig, Werfel and many others, Drori encounters the moment in which the secret of the place reveals itself, those suspended moments in the rooms at the Südbahnhotel ,where writers used to meet, or at the main door of Karl Marx-Hof’s red Vienna, or else unexpectedly, in the Augarten, The Flaktürme, a Nazi anti-aircraft defence tower. A hand on a dress. An icon-face with closed eyes, blurred. The picture of a young girl with a dog recalling the 19<sup>th</sup> century private portraits, on the background an abandoned cemented wall. The artist expresses the essence of life even through absence; she gathers the echo of uncommon places and people, either peripheric or central to the events but chosen, during the journey, because of their affinity and intensity.</p>
<p>The photo’s instant recollection builds together a fragmented speech and shapes questions and passions. This immediacy may be analogous to Peter Altenberg and what Hofmannsthal wrote about <em>As I see it</em>, Altenberg first collection of sketches, «only children and artists see life as it is. They know what lies in it. They sense the truth and the lies. They are the only ones capable to see life as a whole. Children and artists give things a name and meaning to the words».</p>
<p>Orit Drori’s photography is a symbolic and inquiring device, it develops over time as a work in progress  but becomes a timeless picture: a picture that embodies the essence of the essential installation conceived by the artist for this exhibition. Five “photographic paintings” that express the core of a larger project.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Jacopo Benci &#8211; È là che io vado</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2018 13:28:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; 17 maggio/1 giugno 2018 Dopo quattro anni, Jacopo Benci torna a esporre a Roma con una serie di opere inedite, legate alla scrittrice brasiliana Clarice Lispector. Artista che lavora con vari media fra cui video, fotografia, performance e installazione, studioso dei rapporti fra cinema, arte, spazio urbano in Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini e <a href='https://www.aocf58.it/wp/?p=4381' class='excerpt-more'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>17 maggio/1 giugno 2018</p>
<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2017/10/BENCI-È-là-che-io-vado-2018-still-80.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4379" title="benci-e%cc%80-la%cc%80-che-io-vado-2018-still-80" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2017/10/BENCI-È-là-che-io-vado-2018-still-80-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p>Dopo quattro anni, Jacopo Benci torna a esporre a Roma con una serie di opere inedite, legate alla scrittrice brasiliana Clarice Lispector. Artista che lavora con vari media fra cui video, fotografia, performance e installazione, studioso dei rapporti fra cinema, arte, spazio urbano in Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini e Luigi Ghirri, conoscitore della scena artistica britannica e musicista, Benci è capace di coltivare per anni letture e interessi attorno a un tema, che poi carsicamente riaffiora nella sua produzione. Anche Clarice Lispector è una frequentazione di lunga data, legata al precedente lavoro di Benci attorno al pensiero di Hélène Cixous (che da Lispector è stata profondamente influenzata).</p>
<p>La mostra, che comprende un video e una serie di stampe digitali, ruota attorno alla tensione fra immagine in movimento e immobilità: quest’ultima ottenuta scegliendo delle inquadrature nel fluire indistinto delle riprese video. Le stampe digitali sono infatti dei fermi-immagine tratti dal video in mostra e colgono attimi che l’occhio quasi non percepisce, passaggi minimi fra due gesti o momenti.</p>
<p>Il video <em>È là che io vado</em> (2016) si concentra sul movimento di un’acrobata, la cui voce fuori campo enuncia alcuni passi dall’omonimo testo di Lispector (1974), scelti e ricombinati da Benci. La videocamera segue, alternativamente, la performer e la sua ombra gettata sulle assi di legno del pavimento. Una sorta di gioco visivo, tra la gravità che domina l’allenamento e la dimensione aerea e immateriale dell’ombra: quest’ultima in particolare evoca una serie di rimandi a figure angeliche, all’Ariel shakespeariano, ai teatri delle ombre, alla ricca fenomenologia dell’installazione multimediale. (<a href="http://www.jacopobenci.com/">www.jacopobenci.com</a>).</p>
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		<title>ENZO ROSATO: ATTRAVERSO LA MATERIA</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2018 16:21:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AocF58</dc:creator>
				<category><![CDATA[2017/2018]]></category>

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		<description><![CDATA[12/30 marzo 2018 A  cura di:  Grau.2 Scroll down for English version Il libro Attraverso la materia si inserisce a pieno titolo nella serie di libri d’autore che la collana Grau.2 va promuovendo lì dove un artista sia interessato a farlo. Cosa si intende per libro d’autore, almeno in questo caso? Si intende un procedere <a href='https://www.aocf58.it/wp/?p=4340' class='excerpt-more'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/03/copertina-enzo-72.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4341" title="GRAU2 Enzo 02_montuori" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/03/copertina-enzo-72-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a></p>
<p>12/30 marzo 2018</p>
<p>A  cura di:  Grau.2</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Scroll down for English version</span></p>
<p>Il libro <em>Attraverso la materia </em>si inserisce a pieno titolo nella serie di <em>libri d’autore </em>che la collana Grau.2 va promuovendo lì dove un artista sia interessato a farlo. Cosa si intende per libro d’autore, almeno in questo caso? Si intende un procedere libero delle opere, dentro un cammino che non <em>vuole fissare bandierine nello scandire scientifico (e di mercato) della storia dell’arte, </em>piuttosto favorire il loro contaminarsi nei ricordi sfumati dell’artista, negli incroci con i segni e il fare di discipline affini. Il passe par tout di questa vera e propria <em>trasfigurazione della materia d’autore</em> è da individuarsi nello studio-museo di Enzo Rosato dove, <em>in una sorta di tempo senza tempo dell’artista, </em>le sue opere stanno senza imbarazzo, <em>quasi provocatorie,</em> le une vicine alle altre, siano esse degli anni sessanta o di mezzo secolo dopo. Questa <em>scena perenne, </em>sostenuta<em> </em>dalla filosofia<em> </em>dello studio aperto, <em> </em>richiama  l’attenzione dei visitatori, li induce a sostare, chiedere, fare paragoni, commentare… poi magari a fotografare come accade spesso con Patrizia Nicolosi, per altro sua complice d’arte dentro l’AOC. Ebbene lo scultore, l’autore del libro, dice a stesso: <em>allora facciamo una panoramica trasversale su tutto il mio lavoro e facciamola immergendo gli oggetti (non tutti ma certo gli attori principali) proprio in quella nebbia fotografica che ha innescato la curiosità e il perché di una rivisitazione.  </em>Prendendosi dei rischi, ma cercando curioso un altro senso fra i tanti che lui continua a elaborare nella frequenza quotidiana di quello spazio sacro. I materiali d’epoca vagano benissimo in questo mare e mescolate alle parole di una calma autobiografia. In un clima che non elenca i successi, piuttosto indugia a chiedere al lettore: <em>ma lo sai come si ottiene quell’effetto di marmorizzazione? La sai la differenza fra smaltato e invetriato? Lo vorresti sapere? Allora siediti che ti dico, perché questa è la mia maniera di vedere la vita.</em></p>
<p><img class="alignnone size-medium wp-image-4351" title="8-5-panneggio-1" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/03/8-5-panneggio-1-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></p>
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<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/03/8-1-PANNEGGIO-3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4347" title="8-1-panneggio-3" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/03/8-1-PANNEGGIO-3-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a>        <img class="alignnone size-medium wp-image-4349" title="8-3-panneggio-9" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/03/8-3-PANNEGGIO-9-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></p>
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<p>Biografia</p>
<p>Enzo Rosato nasce nel 1940 a Grottaglie,  uno dei più noti centri della ceramica di tradizione in Italia. Qui cresce, studia e comincia a fare apprendistato nelle varie botteghe. A diciassette anni si trasferisce a Roma dove, prima ancora di diplomarsi, diviene uno dei collaboratori di Leoncillo. I primi anni nella capitale sono molto importanti perché Enzo Rosato, anche se giovanissimo, già possiede sia una manualità esperta,  che tutte le tecniche del fare ceramica. Questo suo essere, unito all’accelerazione che viene dal sodalizio con Leoncillo, lo porta con facilità a fare gruppo con altri giovani artisti, creare un suo studio, allargare il campo delle collaborazioni ad altri professionisti del settore. Quindi fare concorsi, spesso vincerli, ricevere incarichi da enti come l’Enapi, divenire esso stesso professore, fare mostre e avere presentazioni da parte di critici militanti. Dal 1965 stabilisce lo studio a via Flaminia 58 dove, assieme ad altri artisti, fonda l’associazione AOCF58 che, nel gestire in proprio uno spazio-galleria, diviene nel tempo uno dei centri del fare arte più seri e accreditati della città. Nell’ambito dei rapporti con gli attori della scena romana, spicca quello con gli architetti dello studio Grau, in un clima di sperimentazione che trova il suo apice nella partecipazione comune alla Biennale di Venezia <em>The Presence of the Past </em>del 1980, poi anche nelle edizioni di Parigi e S. Francisco. Nel 1983, con la mostra <em>Storie di vasi e terre cotte </em>alla Temple University di Roma la figura di Rosato trova una sua consacrazione, anche nel legame con il Grau.<em> </em>Nel 2005 tale rapporto si rinnova al Centre Pompidou di Parigi sia con la donazione di opere ai suoi archivi, sia con la partecipazione alla mostra <em>La Tendenza. </em>Dal 1992 insegna presso la Scuola della Medaglia… dove porta il sapere di chi fa modellato e le tecniche del fare artigiano</p>
<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/03/8-9-PANNEGGIO-6.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4352" title="8-9-panneggio-6" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/03/8-9-PANNEGGIO-6-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Enzo Rosato: Through the Matter</strong></p>
<p>12 – 30 MARCH 2018</p>
<p>Edited by: Grau.2</p>
<p>The book <em>Through the Matter</em> is part of the <em>author</em> book series that Grau.2 is promoting, when an artist is interested in doing it. How is an artist book defined in this book series? It means a free continuum of works, in a system which doesn’t want to pinpoint any scientific (or marketing) phase in the history of art, but rather promotes their contamination in the artist’s remembrances, in the intersection between signs and practices of other related disciplines. The passepartout of this actual <em>transfiguration of the author’s matter</em> can be detected in the atelier/museum of Enzo Rosato where<em>, in a sort of timeless dimension of the artist</em>, his works, from the 60s to the new century. stand next to one another, without any awe and nearly provocative. This <em>permanent scene</em> sustained by the philosophy of the open study, induces the visitors to stand and observe, make comparisons and comments and maybe even take pictures, as it happens with Patrizia Nicolosi, Rosato’s artistic partner at AOC. The sculptor and book author tells himself: <em>let’s take a wide overview of all my works and let’s do it by plunging the objects (not all of them, but certainly the key actors) into that photographic daze which triggered our curiosity and the reason for a reinterpretation. </em>Taking some risks, but looking with curiosity for a new meaning among the many that he creates daily in that sacred space. Old materials roam freely in this sea of images along with the words of a calm autobiography. In a space that doesn’t make a list of achievements, but rather lingers to ask the reader: <em>Do you know how this marbled effect is obtained? Do you know the difference between glaze and polish? Would you like to know? The sit down and I will tell you, because this is how I see life.</em></p>
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		<title>MASSIMO MARTINI: Passa la nave mia colma d’oblio</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Feb 2018 11:35:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AocF58</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MASSIMO MARTINI: Passa la nave mia colma d’oblio Lunedi 12 febbraio/Venerdì 2 marzo &#160; A cura di Grau.2 : in occasione della presentazione del libro in e-book: RISCRIVERE La mostra prende lo spunto dall’uscita di un nuovo volume della collana Grau.2, collana di e-book in self publishing promossa dai componenti dello studio Grau di Roma. Il titolo è <a href='https://www.aocf58.it/wp/?p=4304' class='excerpt-more'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>MASSIMO MARTINI: <em>Passa la nave mia colma d’oblio</em></p>
<p>Lunedi 12 febbraio/Venerdì 2 marzo</p>
<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/com-disegno-com-max-72.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4316" title="com-disegno-com-max-72" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/com-disegno-com-max-72.jpg" alt="" width="747" height="476" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A cura di Grau.2 : in occasione della presentazione del libro in e-book: <em>RISCRIVERE</em></p>
<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/COP.-MAX-72-.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4312" title="cop-max-72" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2018/01/COP.-MAX-72--211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a></p>
<p>La mostra prende lo spunto dall’uscita di un nuovo volume della collana <em>Grau.2, </em>collana di e-book in self publishing promossa dai componenti dello studio Grau di Roma. Il titolo è <em>Riscrivere. </em>Proprio da questo <em>riscrivere </em>prende le mosse la mostra che assume come suo titolo un verso del Petrarca, l’incipit di una sua poesia: <em>Passa la nave mia colma d’oblio. </em>C’è quindi una nave che passa, perché il libro racconta di sogni, di progetti, di sconfitte. Ma c’è anche l’oblio, tanto oblio, in parte dovuto allo sfiorire del tempo, in parte dovuto alla delusione provata dopo averlo osservato questo tempo, in parte dovuto all’intensità del dolore innescato da taluni fatti, utili ormai solo ad essere null’altro che spazzatura. Sì, ci sono anche dei buoni risultati, delle belle immagini da esibire ma, al saldo, manca sempre qualcosa per dirsi appagati (se non dentro impossibili e intollerabili ego ipertofici).</p>
<p>Tutta la mostra è quindi polarizzata su quanto, da uno schermo che proietta in sequenza l’e-book dell’autore, possa trasmigrare nello spazio e sulle pareti della galleria, <em>facendo uso di alcune modalità concettuali in grado di dire molto con poco. </em>In tal senso si riportano qui alcune parole dell’incipit del libro che un poco possono spiegare la complessità sia del <em>ricordare, che del ricordare per riscrivere. “</em>… non è una autobiografia, né una esposizione cronologica di progetti, neanche una descrizione circostanziata di cosa sia successo, nei vari luoghi, a proposito della strana professione di uno strano architetto…è una sequenza di ventisei brevi racconti, chiusi in sé e indipendenti l’uno dall’altro, per quanto appartenenti alla stessa vita, quella dell’autore. Ci sono a scorrere anche le parole, poche, via via come sussurrate dentro un dire e non dire che non è scrittura ma semplice soliloquio. Queste parole non <em>spiegano</em> <em>le immagini</em> (su cui hanno il privilegio di scorrere in piena libertà). Piuttosto cercano di dire <em>quel poco e</em> <em>quel tanto,</em> come in un tranquillo scambio di idee con il lettore, questo sconosciuto…” <em></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>ROBERTO MARIOTTI: ALL’OMBRA DEL DISEGNO</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Nov 2017 16:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AocF58</dc:creator>
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		<description><![CDATA[27 novembre/8 dicembre 2017 A  cura di:  Grau.2 Roberto Mariotti, architetto nonché uno dei componenti, fin dal 1964, dello studio Grau di Roma, espone in questa mostra una serie di disegni facenti parte del libro All’ombra del disegno, edito nella collana Grau.2 nel 2016. Questa collana, unitamente alle mostre personali presso la galleria AOCF58 di <a href='https://www.aocf58.it/wp/?p=4221' class='excerpt-more'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>27 novembre/8 dicembre 2017</p>
<p>A  cura di:  Grau.2</p>
<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2017/11/casa-stiuso-72.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4223" title="casa-stiuso-72" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2017/11/casa-stiuso-72-250x300.jpg" alt="" width="250" height="300" /></a></p>
<p>Roberto Mariotti, architetto nonché uno dei componenti, fin dal 1964, dello studio Grau di Roma, espone in questa mostra una serie di disegni facenti parte del libro <em>All’ombra del disegno, </em>edito nella collana <em>Grau.2 </em>nel 2016.<em> </em>Questa collana, unitamente alle mostre personali presso la galleria AOCF58 di Roma, vuole testimoniare l’attività dei singoli architetti (e anche di amici artisti) lungo oltre 50 anni di progettazione, andando ben oltre la fatidica data del 1980, quando il gruppo fu invitato alla Prima Biennale di Architettura, <em>The Presence of the Past, </em>alla Biennale di Venezia.</p>
<p>Dice Mariotti in un recente articolo: “Ho sempre cercato di convivere con due esigenze diverse, contrastanti fra loro ma destinate pur sempre a un accordo. La prima esigenza è quella di rispettare, nel progetto, la <em>inscindibilità </em>tra concetto, disegno e forma. La seconda è quella di far vivere queste mie idee, fin dal loro nascere, in contesti (urbani o naturalistici), che dell’idea fossero non lo <em>sfondo, </em>bensì il <em>luogo della misura. </em>E se, come ovvio, non ero io a scegliere il contesto, mai ho inteso viverlo come un nemico, un freno alla mia opera”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E ancora l’autore a proposito del <em>suo disegno</em>: “… tutti sembrano avere il <em>problema della rappresentazione. </em>Ora io quel problema non ce l’ho, per il semplice fatto che per me <em>tutto è disegno, tutto significa.  </em>… E se devo dare una definizione sintetica di me, al di là di quella predisposizione al disegno che tutti mi riconoscono, mi sento di dire che la mia natura ama <em>immaginare dentro la conquista di una proporzione (fosse anche un semplice equilibrio fra le parti)</em>”<em>.</em></p>
<p>In questa linea di estrema libertà dentro il rapporto, spesso conflittuale, fra disegno e architettura, nasce una mostra che non è la rappresentazione di progetti significativi, ma il <em>rincorrersi di segni</em>, da un disegno all’altro. Dentro il risplendere di una <em>miriade di formati e</em> <em>tecniche</em> che portano in primo piano quell’<em>artigianalità del fare quotidiano </em>dentro cui l’autore ama sentirsi e, soprattutto, essere percepito dagli altri.</p>
<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2017/10/copertina-roberto-mariotti-72.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4169" title="copertina-roberto-mariotti-72" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2017/10/copertina-roberto-mariotti-72-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>ANNA  DI NOTO/ FRANCESCO MONTUORI:  LA COSTRUZIONE DELLA NUOVA SCENA PROSPETTICA NEL TEATRO ALL’ ANTICA DI SABBIONETA</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Oct 2017 11:59:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AocF58</dc:creator>
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		<description><![CDATA[6 / 17 novembre 2017 A  cura di:  Grau.2 ANNA DI NOTO – FRANCESCO MONTUORI: LA COSTRUZIONE DELLA NUOVA SCENA PROSPETTICA NEL TEATRO ALL’ANTICA DI SABBIONETA Il progetto che presentiamo, realizzato ed inaugurato il 9 novembre 1996, non è il restauro del famoso Teatro all’Antica di Sabbioneta, bensì la restituzione del suo spazio interno che <a href='https://www.aocf58.it/wp/?p=4188' class='excerpt-more'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>6 / 17 novembre 2017</p>
<p>A  cura di:  Grau.2</p>
<p>ANNA DI NOTO – FRANCESCO MONTUORI: <em>LA COSTRUZIONE DELLA NUOVA SCENA PROSPETTICA NEL TEATRO ALL’ANTICA DI SABBIONETA</em></p>
<p><a href="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2017/10/foto-4-72.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4191" title="foto-4-72" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2017/10/foto-4-72-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Il progetto che presentiamo, realizzato ed inaugurato il 9 novembre 1996, non è il restauro del famoso Teatro all’Antica di Sabbioneta, bensì la restituzione del suo spazio interno che Vespasiano Gonzaga volle come immagine simbolica della città che aveva voluto trasformare “ad imitazione di Roma” a partire dal 1554 fino al 1591, anno della sua morte.</p>
<p>Nell’ambiguo inganno dello spazio interno del Teatro, un rettangolo costituito da due quadrati, venne rappresentata dunque una città: sui lati corti dello spazio l’immagine pittorica dei Palazzi del potere e del Palazzo Giardino, dove il duca amava riposare; lungo lo spazio principale  la Loggia per ospitare la corte e sullo spazio scenico la Scena prospettica con le case dei personaggi privati, cittadini, avvocati, mercanti, che si affacciano su una gran piazza e una nobile strada.</p>
<p>La Scena fissa andò presto perduta, distrutta da un alluvione o piuttosto demolita perché  ostacolo alla moderna scenografia. Ne conseguì una mutilazione dello spazio teatrale.</p>
<p>La nuova Scena prospettica, nell’impossibilità di replicare la scena originaria, fu concepita ex novo,  con il fine di rendere nuovamente comprensibile lo spazio interno del teatro scamozziano. Coerentemente, con moderni materiali, rappresenta sulla scena la stessa città di Sabbioneta come oggi conosciamo: i  palazzi ducali, gli edifici significativi, i portici, il teatro stesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>FRANCO PIERLUISI: Architettura e incisione</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jul 2017 11:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AocF58</dc:creator>
				<category><![CDATA[2017/2018]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Sabato 14 Ottobre 2017 ore 18.00 A  cura di:  Grau.2 Evento organizzato in occasione della  Tredicesima edizione della Giornata del Contemporaneo AMACI ARCHITETTURA E IMMAGINE Franco Pierluisi, 1983 &#160; Architettura e immagine Mi sono posto, fin dall’inizio della mia carriera di architetto, il problema di un’architettura che non fosse solo produzione di oggetti e presentazioni <a href='https://www.aocf58.it/wp/?p=4143' class='excerpt-more'>[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Sabato 14 Ottobre 2017 ore 18.00</p>
<p>A  cura di:  Grau.2</p>
<p>Evento organizzato in occasione della  Tredicesima edizione della Giornata del Contemporaneo AMACI</p>
<p style="text-align: left;" align="right"><img class="alignnone size-medium wp-image-4144" title="franco-pierluisi" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2017/07/franco-pierluisi-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></p>
<p><strong>ARCHITETTURA E IMMAGINE</strong></p>
<p><strong></strong>Franco Pierluisi, 1983</p>
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<p><strong>Architettura e immagine</strong></p>
<p>Mi sono posto, fin dall’inizio della mia carriera di architetto, il problema di un’architettura che non fosse solo produzione di oggetti e presentazioni di funzioni, ma anche «rappresentazione del mondo», «immagine». Che fosse, in altri termini, comunicazione anche diretta di un immaginario espresso in genere in architettura solo indirettamente, e non in tutte le epoche della sua storia.<br />
Tale problema interviene assai presto nell’evoluzione del GRAU: si precisano fin dal 1964 le istanze di comunicazione di un immaginario geometrico, umano, simbolico, nell’architettura.<br />
Ciò equivale a darsi il grande compito del ritorno al Linguaggio.<br />
Quel che con pochi altri iniziammo allora è oggi conclamato da un grande coro: sta rivoluzionando l’architettura.<br />
Proprio l’architettura del Movimento moderno, sgombrando il campo dalla retorica pompier del XIX secolo, ha permesso a immagine immaginario e stile, con tutta la loro storia di simboli, di tornare oggi negli edifici, di illuminare nuovamente l’architettura dall’arcaico, misterioso sorriso.<br />
I contenuti di questo immaginario ritrovato sono infatti riaffioranti dall’intera storia del grande libro di pietra, che viene di continuo riletto, riscritto, fin dalle inconoscibili origini, alla struggente ricerca di queste: il mezzo di tale espressione è il Disegno.</p>
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<p><strong>Architettura e disegno</strong></p>
<p>Il disegno d’Architettura non è più e non è più soltanto«Disegno tecnico»; è anzi ormai ben distinto da questo, ha<br />
proprie qualità espressive e tecniche, costituisce la più diretta epifania del pensiero architettonico; potremmo dimostrare che è indistinguibile, tutt’uno col progetto; i metodi della progettazione sono i suoi stessi metodi: non Disegno e Architettura,ma Disegno come Architettura.<br />
Manca ancora una ricostruzione globale della Teoria,della Didattica, della Comunicazione dell’Architettura a partire dal disegno. Tale compito è assolutamente urgente,pena la definitiva distruzione del nostro ambiente e la scomparsa della nostra civiltà urbana, di ogni forma della nostra opera di specie.<br />
Il Disegno d’Architettura è infatti un Ridisegno, miglioramento del Mondo: è l’unica nostra capacità di paragonarsi all’opera della Natura, di istituire un rapporto dialettico con i suoi cieli.<br />
E va ancora acquisita l’idea di un’Architettura come«strato», riscrittura incessante, rivelazione, nel tempo, deldestino spaziale della Civiltà; quasi del suo nascosto Disegno.</p>
<p><strong>Architettura e incisione</strong></p>
<p><strong> </strong>L’incisione, l’antico magistere della lastra e delle morsure,del riprodurre e diffondere l’immagine spaziale, le luci e le ombre vibranti di segno, gli spaccati e le figurette viventi in quegli spazi, mi hanno sempre affascinato. Fin dal Rinascimento,prolungamento naturale dell’attività dell’architetto è stata l’incisione, mezzo di diffusione e veicolo di segni:faccio incisioni molto diverse da quelle, e non solo perché quelle sono inimitabili: 150 anni di storia dell’Arte non sono trascorsi invano. Ma, come allora, la magia di ricavare spazi con un procedimento simile alla costruzione e alla scultura,far agire in essi figure grandi, piccole, possedute dai loro gesti, fermate nei loro supplizi: mescolare spazi, tempi diversi,proiettare millenni su quell’unico, umido foglio; tutto ciò mi sembra ancora necessario, risponde quasi ad una esigenza morale: non fu così infatti anche per Piranesi, che inascoltato in patria, viveva sulla lastra, «gettando una luce nel Passato», la sua Rivoluzione? <em>Il dramma del suo tempo?</em>.</p>
<p>Etching, the ancient craft of engraving plates, of reproducing and disseminating the spatial image, the vibrating lights and shades of sign, the cross sections and the little figures living in those spaces, has always fascinated me. Since Renaissance, etching has been the natural extension of the architect’s activity, a means of dissemination and a vehicle of signs. My etchings are very different from those, and not only because those are unique: 150 years of art history have not passed in vain. As then, however, the magic of carving out spaces by a process which is similar to construction and sculpture, of having big, small figures, possessed by their gestures, frozen in their agonies, act within those spaces: mixing different spaces and times, projecting millenniums onto that sole, moist sheet; all that seems to me still necessary, it almost responds to a moral imperative: wasn’t it the same for Piranesi who, ignored in his own country, lived on the plate, “throwing light up on the Past”, his own Revolution? The tragedy of his time?</p>
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<p><strong>Visione di Roma</strong></p>
<p>Non una virgola né una parola sono state cancellate o aggiunte nelle trascrizioni degli scritti e disegni su Roma di Franco Pierluisi presentati nel libro <em>Visione di Roma</em>. Sono datati 1983, 1984 fino al 1987. Un ultimo, riassuntivo e più ampio, è del 1991. Scritti e disegni, in parte pubblicati, sono il rendiconto di percorsi e indagini del suolo e dei suoi strati, del costruito e del non costruito, del distrutto, dell’improvvisa immissione della campagna nella città, del ricordo degli spazi adibiti a giardini dentro e fuori le mura.</p>
<p>Nell’entroterra vi sono molti suoi progetti realizzati, più utili alla vita e ben costruiti. Il percorso per giungere alla struttura della forma in architettura inizia fin dai primi anni di formazione dello studio GRAU. Qui parte e può comprendersi quell’ansia di conoscere e «rilevare», nel senso di eseguire rilievi, rilievi da agrimensore, per costruire ipotesi di interventi sul territorio. Rilievi dettagliati</p>
<p>a tutto campo per progettare, restaurare, comporre senza vincoli se non quelli delle leggi dell’architettura.</p>
<p>Le proposte di <em>Visione</em> sono di riscrittura e adeguamento, di riferimenti a tracce di antichi percorsi e progetti. Segni e forme attuali, nel rispetto della radialità dell’impianto originario della città di Roma.</p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-4153" title="grau-cop-pierluisi-b05" src="http://www.aocf58.it/wp/wp-content/uploads/2017/07/Grau-Cop-Pierluisi-B05-1024x336.jpg" alt="" width="695" height="228" /></p>
<p><strong>Franco Pierluisi</strong> (1936-1992) cofondatore dello studio GRAU ha svolto la sua attività professionale e di ricerca nel campo architettonico congiuntamente all’attività didattica presso l’Università La Sapienza di Roma, la Facoltà di Reggio Calabria e visiting professor presso l’Ecole Special d’Architecture a Parigi. Dal 1983, in relazione ad incarichi professionali di ricerca sul Territorio e la Città di Roma da parte dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma e dell’Ufficio speciale Tevere e litorale, F.P. disegna in grande scala progetti per la zona centrale della città, per il riuso e la ristrutturazione delle rive del Tevere in corrispondenza dell’isola Tiberina, nonché una riorganizzazione – in quel punto cruciale – dell’intero sistema della circolazione e dei ponti. Progetti pubblicati nel n.1-2 della rivista d’architettura <em>Metamorfosi</em> (1985) e nel n.1 della rivista <em>Vaisseau de pierres</em> dedicato a Roma. Gli stessi progetti, nel 1987, sono stati esposti a Francoforte, nel Deutsches Architekturmuseum. L’esposizione diverrà itinerante in Europa e negli Usa.</p>
<p>Dal 2012 le sue architetture e i disegni, datati dal 1965 al 1985, sono entrati in collezione al Centre Pompidou-Beaubourg di Parigi e qui esposti, nel luglio dello stesso anno, nella mostra dedicata al dibattito culturale italiano e internazionale del periodo.</p>
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