dic 012013
 

Luigi Billi  DOMESTIC JUNGLE

       

Inaugurazione    2 dicembre – ore 18,30

dal 2  al 20 dicembre  2013
dal lunedì al venerdì ore 17.00 –19.30 (chiuso sabato e festivi)

A distanza di vent’anni dalla mostra “Donne: 10 presenze”,  AOCF58 – Galleria Bruno Lisi è felice di riaccogliere Luigi Billi.

Questa volta l’artista presenterà ventotto fotografie di piccolo formato raccolte sotto il titolo “Domestic Jungle”.

Assoluti protagonisti di questa serie fotografica sono gli animali di razze, provenienze e materiali diversi che l’Autore ha riunito nel corso degli anni e dei suoi viaggi, trasferendoli da un’esistenza selvatica e forse solitaria ad una vita domestica e comunitaria. Li ha voluti ritrarre nella loro felice cattività, in una privata jungla domestica.

Come scrive Giuseppe Fadda dei lavori di Billi, nel testo che accompagna questa mostra: “provengono essi da un mondo dove le cose hanno volontariamente rinunciato a muoversi (…). Le Opere sono Allusioni, e l’artista non può non essere pensato accanto ad esse, perché lo sfidante sta accanto alle sue armi. Gli oggetti allusivi sono a volte solo immagini, a volte solo allusioni ad altre allusioni. Il Senso è altrove, lì dove gli oggetti guardano”.

La serie è stata presenta a Milano, nel corso delle manifestazioni correlate al Salone del Mobile del 2012, nella mostra multimediale curata da Anty Pansera “pietra carta forbice” alla BibliotecaUmanista della Chiesa dell’Immacolata.

Testo di   Giuseppe Fadda

Luigi Billi ha fatto della sua vita una opera di poesia.

Non c’è voluto poco tempo e nemmeno poco lavoro.

Partiva egli da premesse molto difficili: una benestante famiglia al di fuori dell’ordinario,

l’infanzia tra buone maniere, inganni e coltivate amicizie.

Un fardello sociale impegnativo che Luigi Billi ha accettato di fingere di portare, con

buon carattere e senso dell’umorismo.

Nella costruzione della sua idea di vita e di arte Luigi Billi ha per prima cosa messo in

atto una decisione: fermarsi.

A posteriori possiamo riconoscere come magicamente e naturalmente questo gesto sia

stato seminale e definitivo.

Fermarsi. Pare poco ed è tutto.

Con una forza di direzione assoluta l’arte sua sapeva la fretta non essere il suo ritmo.

E come prima cosa decideva di prendersi quello che era suo e denunciare l’inganno del

Tempo, rinunciando ad esso, cancellandolo.

Finalmente fermo Luigi Billi si è fatto esperto dell’esplorazione del posto dove si sta,

dei centimetri quadrati su cui si è in piedi. Ricercatore dell’essenza non nell’infinitamente

grande, depistaggio illusorio per petardi spaziali, ma nell’infinitamente piccolo,

infinitamente vicino, familiare (ancora) e misteriosamente assoluto.

Contemporaneamente ha continuato ad agire simulando una normalità non sospettabile.

In questa dimensione parallela Luigi Billi ha fatto credere a tutti di volere pure lui

correre; per il lavoro, per l’affermazione sociale, forse per il danaro. Senza tuttavia farlo

davvero. Ha tessuto per anni una rete fitta (reale e viva) di conversazioni, gentilezze,

affettuosità, complicità.

Ma un’altra realtà era coltivata dietro le quinte, e il rumore solo un bisogno per

nascondere l’altro mondo di silenzio.

Gioco dissimulatorio? E basta?

Niente affatto! Si è trattato di un duro lavoro.

La parallela attività di una vita normale ha preso tantissimo tempo e tolto energie

preziose.

Ma non poteva essere altrimenti.

Il Progetto non poteva essere perseguito che a prezzo di sacrifici assoluti.

Negazione della scrciatoia in nome della strada più lunga.

Il mantenimento di un apparente Superordine borghese mentre si costruiscono icone di

un Tempo Magico dove in effetti il tempo non c’è.

Un Progetto fatto di attese lunghissime.

Anacronistiche e per questo davvero poeticamente interessanti.

La mancanza di una razionale produzione di cose, la mancanza di una loro riconoscibile

natura di prodotto, l’assenza di una facile piacevolezza contemporanea attribuisce ai

lavori di Luigi Billi un valore di reperti poetici:

provengono essi da un mondo dove le cose hanno volontariamente rinunciato a muoversi.

Il senso, per riassumere in una formula, è nella distruzione del Tempo Elettromagnetico

in nome della conquista di un Presente Assoluto lentissimo.

In questa antimagnetica assenza di tempo cresce la differenza e la forza del Messaggio.

Le Opere sono Allusioni, e l’artista non può non essere pensato accanto ad esse perché lo

sfidante sta accanto alle sue armi.

Gli oggetti allusivi sono a volte solo immagini, a volte solo allusioni ad altre allusioni.

Il Senso è altrove, lì dove gli oggetti guardano.

Il progetto segreto ora è cautamente svelato, dall’evidenza più che dalla confessione.

Necessitava della discrezione più assoluta, del silenzio più totale, per inverarsi.

Il Tempo, afflitto, scappa a gambe levate davanti al battito di alcuni eleganti cuori, capaci

di fermarlo.

 

Luigi Billi nasce a Firenze nel 1958, attualmente vive a Milano. Dopo la maturità artistica, si laurea in psicologia sperimentale. Riprende a dipingere alla fine degli anni 80 e la sua prima personale è del 1990.
Del suo curriculum espositivo ricordiamo la sua partecipazione a:

-XII Quadriennale Nazionale di Roma “Ultime generazioni” (Roma, Palazzo delle Esposizioni, 1996)

-VIII Biennale Internazionale di Fotografia “L’Occidente imperfetto”(Torino, Palazzo Bricherasio, 1999);

-VIII Biennale d’Arte Contemporanea d’Egitto “Spirit in soul, spirit in body, spirit in the machine”

(Il Cairo, Museo Egizio, 2000).

Alla Triennale di Milano ha vinto nel 2001 il Premio Nestlè.

Del suo lavoro hanno scritto critici dell’arte e letterati, tra cui segnaliamo: Erri De luca, Eve Ensler,

Valerio Magrelli, Antonio Monda, Michel Baudson, Martina Corgnati, Gianluca Marziani, Marco Vallora.

Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito www.luigibilli.com

 

 

nov 102013
 

dal 14 al 22 novembre 2013

Testo di    Sascha Behrendt

A prima vista, le fotografie di Daphne Braasch, scattate durante i suoi viaggi nella Repubblica Ceca, in Francia, in Italia, in Irlanda e in alcune parti degli Stati Uniti, sembrano trasmettere un sentimento di ‘Sehnsucht’, una bellissima parola tedesca che significa il desiderio e la nostalgia di qualcosa. Scattate spesso di notte, riflettono una sensibilità verso la vita nelle ore del crepuscolo, quando lo stato di dormiveglia indotto dall’insonnia persistente offusca i confini tra realtà e fantasia.

Questa nostalgia o desiderio si esprime spesso nel suo lavoro attraverso la composizione e la prospettiva del cielo. In una delle immagini, alziamo gli occhi verso due alberi con i rami finemente disegnati sullo sfondo del cielo invernale, accanto a una giostra i cui cavi richiamano la delicatezza dei rami stessi, permettendo alla macchina costruita dall’uomo di affiancarsi con significativa intensità all’elemento naturale. In un’altra foto, il crepuscolo sembra posato nella V di una valle nebbiosa, con una banda nera in primo piano in cui si intravedono una roulotte leggermente di traverso e un tavolo. Un’altra immagine ancora rivela nel cielo notturno le parole “Il Messaggero”, una scritta al neon che sembra un messaggio venuto dall’altro mondo.

Poi ci sono immagini giocose, più leggere. Un prato lussureggiante colmo di colori, di tessiture e di bellezza, dall’aspetto così ricco da non sembrare unidimensionale. Un sottile cavo del telegrafo che attraversa un angolo dell’immagine ci conferma che ci troviamo al giorno d’oggi e non ai tempi di Corot, Constable o Keats. In contrasto, un paio di foto di un interno e un esterno di una casa, entrambe disegnate con una tavolozza di verde mela chiaro con tocchi di rosso o arancio, appagano lo spettatore grazie al loro aspetto sinistro, alle ombre offuscate e all’effetto di appiattimento del flash.

Le fotografie di Braasch ci appaiono come una raccolta di momenti individuali colti nel fluire degli accadimenti, congelati, qualcosa come la struggente e fugace immagine di una narrazione cinematografica alla quale non abbiamo accesso. Come ha scritto splendidamente Proust, la fotografia può

“fornire un’immagine insolita di un oggetto familiare, un’immagine diversa da quelle che siamo abituati a vedere, insolita e tuttavia fedele alla natura, e per questa ragione doppiamente d’effetto perché ci sorprende, ci tira fuori dal nostro bozzolo di abitudine”.

Le immagini di Daphne Braasch evocano un senso di acuto desiderio mentre ci tirano fuori dal “nostro bozzolo di abitudine”, ma sono anche un atto di affermazione di ciò che è tenero, sensuale e magnifico. Che ciò che esisteva nel passato è ancora qui. Ci ricorda che nonostante le nostre vite siano più emotivamente piatte e governate dalla tecnologia, al mondo esistono ancora la gioia e il sentimento.